martedì 26 giugno 2012

Meritocrazia e delazione

Non amo i meritocrati: trovo le loro argomentazioni piuttosto noiose e credo che questo senso di fastidio sia reciproco; coltivo un atavico e prudente culto dell'omertà.
Per cui si può comprendere il senso di fastidio che ho provato quando ho letto il post di Michele Boldrin su noisefromamerika: la congiunta esaltazione della meritocrazia e della delazione è una mistura che difficilmente riesco ad assimilare. L'autore riferisce che, anni orsono, suo figlio fu severamente redarguito dalla maestra per aver fatto la spia.
Tralasciamo i dubbi che ho già espresso in altra occasione e facciamo finta che la meritocrazia, quel sistema cioè che premia i più bravi assegnando loro la fetta più grande della torta, sia intrinsecamente idonea a massimizzare l'efficienza. Concediamo quindi che gli argomenti prodotti dai meritocrati siano convincenti. Ciò premesso, è lecito domandarsi se il ricorso alla delazione sia uno strumento in grado di far emergere i meritevoli. Sono convinto che le cose vadano esattamente nella direzione opposta. Fare la spia consente di saltare le tappe, evitando la noia di una competizione estenuante; è un mezzuccio da furbi e la furbizia è un passabile surrogato dell'intelligenza. Permette di attaccare il proprio avversario in maniera subdola, senza doverlo affrontare frontalmente. Se posso mettere fuori gioco il mio rivale, che so essere molto più bravo di me, ancor prima che inizi la gara, perché dovrei rinunciarvi?
È appena il caso di ricordare che i sistemi totalitari si fondano anche sul ricorso sistematico alla pratica della delazione, incentivata con la minaccia della dannazione eterna, o, più prosaicamente, con la promessa di un tozzo di pane secco.

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