sabato 2 giugno 2012

Extravagantes sulla storia del lavoro/2

Terminata la scuola media, si pone per i ragazzi la questione della scelta di cosa frequentare nei cinque anni successivi; per alcuni di loro il problema neppure si pone: abbandonano subito. 
Quando presi io la licenza media, nella scheda finale di valutazione era presente un apposito spazio dove gli insegnanti consigliavano la scuola da frequentare in base alle attitudini. In ordine gerarchico: licei, istituti tecnici, professionali. Chi ha voglia di studiare, o chi è più bravo, andrà al liceo, gli altri dovranno accontentarsi di un istituto tecnico o cercarsi un lavoro. Una classifica stabilita in base al merito, in cui al vertice si trovano i rampolli della classe dominante, destinati al mondo delle professioni, e alla base i figli dei poveri (ho avuto un po' di remore ad usare questa parola così demodé, ma perché non chiamare le cose con il loro nome?), che dovranno accontentarsi di un impiego o trovarsi un lavoro. Ai miei tempi la terza media era più che sufficiente per fare il servo pastore o il manovale. Passava questo messaggio: se sei bravo, se studi, non dovrai lavorare, altrimenti, è peggio per te. Accade con frequenza statisticamente rilevante che ad aver voglia di studiare, ad essere più portati siano i ricchi. I poveri risultano pelandroni, svogliati e quando, diventati grandi, proveranno ad alzare la testa, i loro antichi compagni di scuola ricorderanno loro con la voce stridula da primi della classe che hanno scelto liberamente. Ma siamo certi che quella scelta sia stata veramente libera?  Chi è pressato dalle necessità economiche non ha tempo da perdere con il latino e il greco. La sua famiglia non potrà pagargli comunque l'università, per cui è bene che si metta da subito il cuore in pace. Molto probabilmente se un ragazzo non ha alle spalle una famiglia con delle possibilità economiche, deciderà di frequentare un istituto tecnico, quasi certamente rinunciando in partenza agli studi universitari, che gli dia, così si cerca di fargli credere, la possibilità di trovarsi subito un lavoro. Che si trovi disoccupato, cosa molto probabile, oppure che svolga un mestiere o che abbia un impiego le cose non cambiano di molto, perché ad avere la meglio nella scala sociale, a ricoprire cioè i posti di responsabilità e di potere,  saranno comunque i ragazzi che hanno deciso di non lavorare, ma di proseguire gli studi. Chi fa un lavoro manuale è meno ricco di chi, avendo studiato, svolge una professione. Poiché la classe dominante è molto attenta a mantenere i propri privilegi di casta, farà in modo che la scuola non funzioni come veicolo di promozione sociale. Da qui passa il moltiplicarsi degli istituti tecnici e il discredito per gli studi umanistici, che non servono a niente. Ed è vero che non servono a niente, nel senso che non insegnano a fare alcunché. Proprio per questo motivo le arti liberali sono tradizionalmente destinate a chi, libero dalla necessità di dover lavorare, può dedicarsi alle attività prettamente intellettuali. 
Una volta un'insegnante della scuola superiore, nel commentare la libera scelta di abbandonare gli studi disse: "non c'è niente di male, il lavoro non ha mai ucciso nessuno". È rimasta di questo parere finché la dispersione scolastica riguardava i propri alunni; ha cambiato idea soltanto quando suo figlio ha deciso di andare a bottega da un meccanico.

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