lunedì 30 aprile 2012

Extravagantes intorno alla storia del lavoro/1


La teoria dei tre ordini, perorata da Adalberone vescovo di Laon nel suo celeberrimo Carmen ad Robertum Regem(XI secolo), rappresenta la legittimazione teorico-formale del feudalesimo e della suddivisione in classi sociali in cui si articolava: oratores, il clero, bellatores, la nobiltà feudale, laboratores, che provvedevano al sostentamento materiale di tutti.
Almeno fino al XVIII secolo la tripartizione adalberoniana costituisce la sovrastruttura di riferimento degli assetti sociali dell’ Ancien Régime. Nobiltà e lavoro si trovano su due poli diversi e contrapposti: i nobili non lavorano e per questo sono uomini liberi. Il non lavoro, quindi, è il più attendibile indice di nobiltà e libertà.  Presso i Longobardi arimanno è l’uomo libero che combatte per il suo sovrano, ottenendone come ricompensa terre e onori. Ancor oggi in tedesco Herr significa signore. In italiano il sostantivo cafone indica il contadino, se usato come aggettivo, invece, designa una persona rozza, priva di stile, dai modi tutt’altro che aristocratici.
Lasciamo da parte il Carmen e andiamo al ventesimo secolo. Durante il primo conflitto mondiale milioni di contadini meridionali sono stati mandati al macello per la gloria di casa Savoia e una manciata di inutili montagne. Molti di loro probabilmente erano sostenuti dalla promessa, destinata a rimanere disattesa, che, terminata la guerra, avrebbero avuto, quale ricompensa del servizio reso al Re, la terra che lavoravano e che non era di loro proprietà. Hanno ingenuamente coltivato il sogno della libertà e il desiderio di spazzare via i latifondi che abbondavano nel meridione d’Italia: un’estrema propaggine di feudalità che il risorgimento tradito non era riuscito a debellare.
Arbeit macht frei: è il messaggio di benvenuto che si trova ancora all’ingresso del campo di Auschwitz, dove i prigionieri, prima di essere spediti al forno, ricevevano un trattamento che, se praticato sulle bestie, susciterebbe la giusta indignazione degli animalisti. Il motto “il lavoro rende liberi non è il tentativo di riabilitare le attività manuali, tradizionalmente contrapposte a quelle liberali. Piuttosto costituisce la difesa della divisione del lavoro e dell’implicata partizione in classi sociali. Facile sermoneggiare sulla dignità del lavoro altrui da uno scranno di Heidelberg. La stessa operazione risulta più complessa da effettuare  nella catena di montaggio di un opificio e nei cunicoli di una miniera, o quando si spende la propria vita ad incatramare strade, custodire porci, cavare patate dalla terra.
Labor in latino è tanto il lavoro quanto la fatica, che del lavoro è il risultato immediato. Ma è anche il dolore. E con travaglio si fa riferimento, appunto, ai dolori che precedono il parto. In alcuni idiomi del meridione d’Italia faticare significa lavorare. Lavoro, fatica, dolore sono riconducibili, quindi, alla medesima area semantica. Mentre scrivo queste note sparse mi viene in mente la tremenda maledizione divina:

Con il sudore della tua faccia mangerai il pane,
finché tornerai nel suolo,
perché da esso sei stato tratto,
              perché polvere sei ed in polvere devi tornare. (Genesi 3, 19)

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