venerdì 13 aprile 2012

Bisogna finanziare i partiti col denaro pubblico

Le grassazioni della famiglia Bossi e dei suoi accoliti, perpetrate in danno della Lega, riportano di attualità la questione del finanziamento pubblico dei partiti.
Ovviamente chi va sostenendo, come me, che i partiti politici debbano essere finanziati coi soldi del contribuente rischia il linciaggio. È  un rischio che vale la pena di correre, perchè è in gioco l'essenza stessa del sistema democratico così come delineato dalla Costituzione.
Se lo stato non sostiene i partiti è ovvio che questi ricorreranno ai privati. Ed è questo il punto critico.  È di tutta evidenza, infatti, che chi allarga i cordoni della borsa per pagare le sempre più costose campagne elettorali, pretenderà dagli eletti una condotta conseguente. La politica sarebbe esplicitamente, e legalmente, assoggettata ai potentati economici. Sarebbe, in altri termini, la fine della politica: i parlamentari, le maggioranze governative, i consigli regionali e comunali sarebbero al libro paga dei potentati economici. Più si hanno soldi, più si è in grado di influire sulle vicende politiche del paese, senza dover ricorrere alle bustarelle: di fatto una legalizzazione della corruzione.
Un proponimento perverso, che si unisce ad altri, altrettanto scellerati e purtroppo molto popolari, che tengono banco in questi giorni: la riduzione del numero dei parlamentari, la dilatazione dei poteri del governo a scapito del parlamento, l'abolizione di alcuni importanti organi del decentramento.
Esiste naturalmente un disegno unitario di fondo, a cui la crisi economica ha dato persino una parvenza di legittimità: il superamento della rappresentanza politica, la palese sudditanza del parlamento, e dei governi che questo esprime, ai gruppi industriali e finanziari, l'eliminazione dei partiti in grado di manifestare il più tenue dissenso.

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