martedì 7 agosto 2012

Hoppe e la democrazia

Forte delle osservazioni di Pierre Bayard, di cui sono venuto a conoscenza in maniera indiretta, provo a fare qualche considerazione sul libro di Hoppe, Democrazia: il dio che ha fallito (Liberilibri, 2008), dopo averne letto la recensione su libertarianation
Allievo di Murray Rothbard, Hans Mermann Hoppe è un esponente di primo piano della galassia libertarian.  
In Democrazia: il dio che ha fallito mette a confronto due sistemi di governo, la monarchia ereditaria e la democrazia, manifestando le proprie preferenze per la prima, pur considerandola in ogni caso imperfetta. Gli argomenti addotti da Hoppe sono principalmente due, la maggior efficienza della monarchia e un più marcato rispetto per la proprietà privata. Tanto la monarchia quanto la democrazia, questa la tesi fondamentale che si sostiene nel libro, sono parassitarie, tuttavia il monarca ha tutto l'interesse a limitare lo sfruttamento dei sudditi: Il proprietario di un governo privato cercherà inevitabilmente di massimizzare la sua ricchezza totale; per esempio il valore attuale della sua proprietà e dei suoi profitti attuali. […] là dove niente è stato prima prodotto, niente può essere espropriato; e dove tutto è espropriato, tutta la futura produzione arriverà alla sua fine. Come risultato di questo il proprietario di un governo privato eviterà di sfruttare i suoi sudditi così pesantemente, per esempio riducendo i suoi potenziali guadagni futuri a tal punto che il suo attuale valore della sua proprietà possa davvero crollare. Invece, per poter preservare o possibilmente aumentare il valore della sua proprietà personale si tratterrà sistematicamente da politiche di sfruttamento. Perché più basso è lo sfruttamento più produttiva sarà la popolazione di sudditi e più produttiva la popolazione più alto sarà il valore del monopolio di espropriazione del padrone. Utilizzerà il suo privilegio monopolistico, ovviamente. Lui sfrutterà. Ma come il proprietario del governo privato è nel suo interesse prelevare parassiticamente sulla crescente produttività della prosperosa economia non governativa perché questo aumenterà senza alcuna fatica la sua ricchezza e prosperità. […]

Il custode provvisorio di un governo, al contrario, cercherà di massimizzare non la ricchezza totale del governo ma il profitto attuale. Infatti anche se il custode vorrebbe in maniera diversa non potrebbe. Invece di mantenere la proprietà del governo, come un proprietario privato farebbe, un custode provvisorio del governo userà velocemente più risorse del governo che può, perché per ciò che non consuma adesso, non riuscirà mai a consumare in futuro. […] Per un custode, al contrario di un proprietario privato, la moderazione ha solo svantaggi e nessun vantaggio.”

La monarchia sarebbe meglio della democrazia in quanto il monarca, proprietario dello stato che sarà trasmesso in eredità, ha tutto l'interesse a conservare i fattori produttivi, contenendo ad esempio il prelievo fiscale. Il semplice amministratore, al contrario, tenderà ad incrementare i profitti attuali senza curarsi troppo del futuro, del tempo cioè in cui sarà cessato dalla carica. Tutto questo sul presupposto, evidentemente da dimostrare, che il sovrano - proprietario faccia sempre scelte tecnicamente corrette sotto il profilo finanziario. 

Se pure la monarchia dovesse essere più efficiente della democrazia, ciò non sarebbe di per se bastante per ritenere che essa sia il meno peggio tra tutti i sistemi di governo. L'efficienza, da sola, non basta. Il nazionalsocialismo fu efficientissimo. Funzionava alla perfezione. Schiere di funzionari competenti e ligi al dovere hanno condotto al forno sei milioni di esseri umani. La schiavitù è il più efficiente tra i modi di produzione, e lo è proprio perché uno solo decide per molti, contro la loro volontà e il loro interesse, badando in maniera esclusiva al proprio utile.

Il recensore conclude affermando che Forse la crisi che stiamo sperimentando è il risultato di un ciclo naturale di questo sistema e poi, in maniera perentoria, quello che Hoppe e la logica ci dicono è che forse il debito pubblico è una caratteristica squisitamente intrinseca della democrazia e che quest’ultima è destinata a fallire o a trasformarsi in qualcos'altro.

Il libro di Hoppe ci induce a riflettere sullo stato di salute delle democrazie moderne.  Considerare la democrazia rappresentativa come la causa della crisi economica che sta attanagliando la parte più sazia dell'umanità è nient'altro che un misero espediente demagogico che serve a dare una parvenza di legittimità etico-politica alle teorie economiche del pensiero unico dominante.



mercoledì 11 luglio 2012

Il crepuscolo dell'economia

<<Indubbiamente viviamo ancora i tempi dell'apoteosi dell'era economica. Postmodernità per alcuni, e più precisamente ipermodernità, sovramodernità o tarda modernità per la maggior parte degli analisti. Non siamo più nell'età dei Lumi, ma essenzialmente continuiamo a essere immersi nello stesso universo di senso. Il sistema capitalistico è sempre lì, e ben solido. Il mondo moderno che, a quanto Marx ci diceva, si stava annunciando come una immensa accumulazione di merci, è presente più che mai, con i suoi corollari del mercato e della moneta. Occupa di fatto l'intero pianeta. La lotta di classe è finita ed è il capitale ad averla vinta. Ha arraffato praticamente tutta la posta e abbiamo assistito impotenti, o indifferenti, agli ultimi giorni della classe operaia occidentale. Viviamo l'acme della onnimercificazione del mondo. L'economia non solo si è emancipata dalla politica  e dalla morale, ma le ha letteralmente fagocitate. Occupa la totalità dello spazio. E lo stesso vale per la sfera della rappresentazione. Un pensiero unico monopolizza lo spazio della creatività e colonizza le menti. La razionalità trionfa dappertutto e il calcolo costi - benefici si insinua negli angoli più reconditi dell'immaginario, mentre i rapporti mercantili si impadroniscono della vita privata e dell'intimità>>
(Serge Latouche, L'invenzione dell'economia, Bollati Boringhieri, 2010)

domenica 8 luglio 2012

Impresa e lavoro nella Costituzione

Chi volesse farsi un'idea del livello di manifesta insofferenza che suscita la Costituzione italiana presso gli ambienti libertarian può dare uno sguardo al post pubblicato qualche giorno fa su libertarianation. L'analisi che vi si conduce relativamente alla genesi della nostra carta fondamentale è sostanzialmente condivisibile, almeno nelle sue linee essenziali.
É fuor di discussione, infatti, che la Costituzione sia frutto di un compromesso fra le forze politiche antifasciste: comunisti e democristiani in primo luogo ma anche liberali e azionisti. Nessuno dei contendenti, da solo, conclusa la Resistenza, era risultato egemone. Il compromesso storico, quindi, è stato una necessità, prima ancora che una scelta dettata dalla volontà di non far precipitare il paese in una nuova guerra civile.
Si omette di precisare che i partiti dell'arco costituzionale erano l'espressione di istanze sociali differenti. Comprensibilmente direi, perché tutti gli argomenti spendibili dal pensiero liberale, comunque denominato e in tutte le sue declinazioni, riescono ad essere plausibili solo se si considerano gli esseri umani sempre e comunque liberi, indipendentemente da quella forma di schiavitù costituita dall'indigenza. Il principio di realtà ci impone di distinguere i desideri dalla realtà. Per cui non basta dichiarare pomposamente che gli essere umani sono liberi, se permangono quelle condizioni materiali di esistenza che, di fatto, limitano l'esplicarsi della libertà.
Il contratto, il libero incontro tra la libera volontà fra due soggetti, sarebbe la massima espressione della libertà economica. La logica conseguenza è che si dovrebbero limitare al massimo i vincoli esterni posti a tutela del contraente che si considera più debole.
La Costituzione, all'articolo 41, riconosce la libertà di iniziativa economica, ponendovi però dei limiti negativi(non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana) e positivi(deve essere indirizzata e coordinata a fini sociali).
Con il titolo terzo della prima parte, dedicato ai rapporti economici, la Costituzione ha qualificato l'Italia come stato sociale di diritto. I diritti quindi non sono astrattamente riconosciuti, ma anche tutelati e promossi, ciò che implica un obbligo di intervento a carico dei pubblici poteri.
Il costituente, nel sancire la tutela della salute (art.32 Cost) ha avuto premura di precisare che la repubblica garantisce cure agli indigenti. Essendo l'integrità psicofisica un diritto di tutti - chi lo nega si faccia avanti - si deve, di conseguenza, prevedere un sistema sanitario che eroghi le prestazioni indispensabili. Analoghe considerazioni si possono fare per la previdenza (art.38) e l'istruzione(art.34).
Nell'ambito del titolo terzo un posto di particolare importanza ricopre l'articolo 36:
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso necessario e sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.
La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.
Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.
Il liberista sarà portato a domandarsi per quale motivo la legge, in questo caso la legge posta al massimo livello nella gerarchia delle fonti, debba limitare la libera volontà delle parti. Domanda retorica e risposta scontata. Evidentemente si deve richiamare un principio reperibile nell'introduzione a qualsiasi manuale di diritto del lavoro, e che il nostro costituente ha incorporato nella costituzione: poiché lavoratore e imprenditore non hanno la stessa forza contrattuale si deve prevedere una legislazione di favore nei confronti del soggetto più debole. 
Il legislatore si limita a prendere atto della sproporzione che esiste fra chi dispone del capitale e chi può contare sulla propria forza lavoro. In altri termini il lavoratore non è tanto libero quanto l'imprenditore: solo il primo è pressato dalla necessità di far fronte al proprio sostentamento, e può provvedervi offrendo le proprie prestazioni; solamente il secondo può dire se non ti piace vai da un'altra parte.
Si tratta di un atteggiamento ideologico. Lo sarebbe ugualmente stato nel caso contrario. Il lassez faire, proprio delle politiche liberiste, si traduce comunque in un vantaggio per uno dei due poli dialettici del conflitto di classe.
Sarebbe sufficiente un'interpretazione stringente dell'articolo 36, col suo riferimento all'esistenza libera e dignitosa che deve essere garantita al lavoratore, per mettere in discussione la costituzionalità di molti aspetti del pacchetto Treu, della legge Biagi e della recente (contro)riforma Fornero.

venerdì 29 giugno 2012

Invito alla lettura/1

I sindacati sono una palla al piede dell'economia; l'Italia affonda per colpa dei pensionati rapaci e dei pubblici dipendenti sfaccendati; i diritti del lavoro sono un fastidioso avanzo del secolo breve: ecco un piccolo saggio delle menzogne quotidiane che, ripetute e strombazzate, rischiano di diventare delle verità. 
Tra i luoghi comuni propagandati in maniera scomposta dai giornali di tutto lo schieramento politico, fa eccezione soltanto il manifesto, uno occupa un posto particolare: l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è uno dei corresponsabili del disastro occupazionale in cui versa l'Italia.
Ho letto con particolare piacere il libro di Luigi Cavallaro, A cosa serve l'articolo 18(manifestolibri, 2012), che smonta in maniera sistematica, dati alla mano, gli equivoci che si sono accumulati su questa norma. In primo luogo la norma si applica soltanto alle aziende con più di quindici dipendenti, una parte esigua del panorama produttivo. Si dice, di conseguenza, che le aziende non assumono perché, in assenza di flessibilità, gli imprenditori si troverebbero le mani legate. In poche parole, non assumono perché non possono licenziare. Eppure i dati dimostrano che la strozzatura  si attesta poco prima dei venti dipendenti, oltre quindi la soglia prevista dalla legge per poter procedere al reintegro in caso di licenziamento discriminatorio. Solo una parte esigua delle controversie di lavoro riguarda l'articolo 18, e circa il 60% di queste si conclude con esito favorevole al lavoratore.
Per quanto il libro sia stato dato alle stampe prima che la riforma Fornero desse il colpo di grazia ai diritti del lavoro, vale la pena leggerlo con attenzione, poiché gli argomenti prodotti dall'autore mantengono tutta la loro validità. Cavallaro, vale la pena ricordarlo, è un magistrato, quindi conosce la materia da tecnico.
Le riforme che hanno interessato il diritto del lavoro a partire dalla metà degli anni '60, questa la tesi di fondo, sono state nient'altro che il tentativo di adeguare il tessuto normativo al dettato costituzionale. In questa prospettiva la legge 300 del 1970 rappresenta senza dubbio un punto di arrivo, la proclamazione del lavoro come diritto sociale di cittadinanza.






martedì 26 giugno 2012

Meritocrazia e delazione

Non amo i meritocrati: trovo le loro argomentazioni piuttosto noiose e credo che questo senso di fastidio sia reciproco; coltivo un atavico e prudente culto dell'omertà.
Per cui si può comprendere il senso di fastidio che ho provato quando ho letto il post di Michele Boldrin su noisefromamerika: la congiunta esaltazione della meritocrazia e della delazione è una mistura che difficilmente riesco ad assimilare. L'autore riferisce che, anni orsono, suo figlio fu severamente redarguito dalla maestra per aver fatto la spia.
Tralasciamo i dubbi che ho già espresso in altra occasione e facciamo finta che la meritocrazia, quel sistema cioè che premia i più bravi assegnando loro la fetta più grande della torta, sia intrinsecamente idonea a massimizzare l'efficienza. Concediamo quindi che gli argomenti prodotti dai meritocrati siano convincenti. Ciò premesso, è lecito domandarsi se il ricorso alla delazione sia uno strumento in grado di far emergere i meritevoli. Sono convinto che le cose vadano esattamente nella direzione opposta. Fare la spia consente di saltare le tappe, evitando la noia di una competizione estenuante; è un mezzuccio da furbi e la furbizia è un passabile surrogato dell'intelligenza. Permette di attaccare il proprio avversario in maniera subdola, senza doverlo affrontare frontalmente. Se posso mettere fuori gioco il mio rivale, che so essere molto più bravo di me, ancor prima che inizi la gara, perché dovrei rinunciarvi?
È appena il caso di ricordare che i sistemi totalitari si fondano anche sul ricorso sistematico alla pratica della delazione, incentivata con la minaccia della dannazione eterna, o, più prosaicamente, con la promessa di un tozzo di pane secco.

lunedì 25 giugno 2012

Senza se e senza ma

Dopo l'ennesima morte di un militare in Afganistan la parte migliore di questo paese ha il preciso obbligo morale e politico di chiedere al Parlamento  il ritiro immediato del contingente italiano.
Che non si tratti di missione di pace volta ad esportare la democrazia è una verità tanto ovvia quanto taciuta.
Eppure ritengo che Emanuele Braj non sia morto invano. Anzi, il suo sacrificio è utilissimo. Giova indubbiamente ad una classe politica priva di legittimazione e alle prese con uno sconcertante calo di popolarità. Un nemico esterno, che per di più assume agli occhi dell'opinione pubblica il volto truce del terrorista, ricompatta la nazione attorno alla sua classe dirigente.
E serve, niente di nuovo neppure in questo, alla sempre fiorente industria bellica, che continuerà a fare profitti finché ci saranno nemici da annientare e tiranni da abbattere. 

venerdì 15 giugno 2012

La scuola di Calamandrei

Quando sono in crisi vocazionale, accade fisiologicamente spesso nel mio mestiere, vado a rileggere il Discorso in difesa della scuola pubblica, tenuto da Piero Calamandrei nel febbraio 1950, in occasione del III Congresso dell'Associazione a difesa della scuola nazionale:


 Cari colleghi, Noi siamo qui insegnanti di tutti gli ordini di scuole, dalle elementari alle università [...]. Siamo qui riuniti in questo convegno che si intitola alla Difesa della scuola. Perché difendiamo la scuola? Forse la scuola è in pericolo? Qual è la scuola che noi difendiamo? Qual è il pericolo che incombe sulla scuola che noi difendiamo? Può venire subito in mente che noi siamo riuniti per difendere la scuola laica. Ed è anche un po' vero ed è stato detto stamane. Ma non è tutto qui, c'è qualche cosa di più alto. Questa nostra riunione non si deve immiserire in una polemica fra clericali ed anticlericali. Senza dire, poi, che si difende quello che abbiamo. Ora, siete proprio sicuri che in Italia noi abbiamo la scuola laica? Che si possa difendere la scuola laica come se ci fosse, dopo l'art. 7? Ma lasciamo fare, andiamo oltre. Difendiamo la scuola democratica: la scuola che corrisponde a quella Costituzione democratica che ci siamo voluti dare; la scuola che è in funzione di questa Costituzione, che può essere strumento, perché questa Costituzione scritta sui fogli diventi realtà [...].
La scuola, come la vedo io, è un organo "costituzionale". Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione. Come voi sapete (tutti voi avrete letto la nostra Costituzione), nella seconda parte della Costituzione, quella che si intitola "l'ordinamento dello Stato", sono descritti quegli organi attraverso i quali si esprime la volontà del popolo. Quegli organi attraverso i quali la politica si trasforma in diritto, le vitali e sane lotte della politica si trasformano in leggi. Ora, quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono le Camere, la Camera dei deputati, il Senato, il presidente della Repubblica, la Magistratura: ma non vi verrà in mente di considerare fra questi organi anche la scuola, la quale invece è un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. Se si dovesse fare un paragone tra l'organismo costituzionale e l'organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell'organismo umano hanno la funzione di creare il sangue [...].
La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in Parlamento e discute e parla (e magari urla) che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti. Questo è il problema della democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere una casta ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine. No. Nel nostro pensiero di democrazia, la classe dirigente deve essere aperta e sempre rinnovata dall'afflusso verso l'alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie. Ogni classe, ogni categoria deve avere la possibilità di liberare verso l'alto i suoi elementi migliori, perché ciascuno di essi possa temporaneamente, transitoriamente, per quel breve istante di vita che la sorte concede a ciascuno di noi, contribuire a portare il suo lavoro, le sue migliori qualità personali al progresso della società [...].
A questo deve servire la democrazia, permettere ad ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di dignità (applausi). Ma questo può farlo soltanto la scuola, la quale è il complemento necessario del suffragio universale. La scuola, che ha proprio questo carattere in alto senso politico, perché solo essa può aiutare a scegliere, essa sola può aiutare a creare le persone degne di essere scelte, che affiorino da tutti i ceti sociali.
Vedete, questa immagine è consacrata in un articolo della Costituzione, sia pure con una formula meno immaginosa. È l'art. 34, in cui è detto: "La scuola è aperta a tutti. I capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi". Questo è l'articolo più importante della nostra Costituzione. Bisogna rendersi conto del valore politico e sociale di questo articolo. Seminarium rei pubblicae, dicevano i latini del matrimonio. Noi potremmo dirlo della scuola: seminarium rei pubblicae: la scuola elabora i migliori per la rinnovazione continua, quotidiana della classe dirigente. Ora, se questa è la funzione costituzionale della scuola nella nostra Repubblica, domandiamoci: com'è costruito questo strumento? Quali sono i suoi principi fondamentali? Prima di tutto, scuola di Stato. Lo Stato deve costituire le sue scuole. Prima di tutto la scuola pubblica. Prima di esaltare la scuola privata bisogna parlare della scuola pubblica. La scuola pubblica è il prius, quella privata è il posterius. Per aversi una scuola privata buona bisogna che quella dello Stato sia ottima (applausi). Vedete, noi dobbiamo prima di tutto mettere l'accento su quel comma dell'art. 33 della Costituzione che dice così: "La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi". Dunque, per questo comma [...] lo Stato ha in materia scolastica, prima di tutto una funzione normativa. Lo Stato deve porre la legislazione scolastica nei suoi principi generali. Poi, immediatamente, lo Stato ha una funzione di realizzazione [...].
Lo Stato non deve dire: io faccio una scuola come modello, poi il resto lo facciano gli altri. No, la scuola è aperta a tutti e se tutti vogliono frequentare la scuola di Stato, ci devono essere in tutti gli ordini di scuole, tante scuole ottime, corrispondenti ai principi posti dallo Stato, scuole pubbliche, che permettano di raccogliere tutti coloro che si rivolgono allo Stato per andare nelle sue scuole. La scuola è aperta a tutti. Lo Stato deve quindi costituire scuole ottime per ospitare tutti. Questo è scritto nell'art. 33 della Costituzione. La scuola di Stato, la scuola democratica, è una scuola che ha un carattere unitario, è la scuola di tutti, crea cittadini, non crea né cattolici, né protestanti, né marxisti. La scuola è l'espressione di un altro articolo della Costituzione: dell'art. 3: "Tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di condizioni personali e sociali". E l'art. 151: "Tutti i cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge". Di questi due articoli deve essere strumento la scuola di Stato, strumento di questa eguaglianza civica, di questo rispetto per le libertà di tutte le fedi e di tutte le opinioni [...].
Quando la scuola pubblica è così forte e sicura, allora, ma allora soltanto, la scuola privata non è pericolosa. Allora, ma allora soltanto, la scuola privata può essere un bene. Può essere un bene che forze private, iniziative pedagogiche di classi, di gruppi religiosi, di gruppi politici, di filosofie, di correnti culturali, cooperino con lo Stato ad allargare, a stimolare, e a rinnovare con varietà di tentativi la cultura. Al diritto della famiglia, che è consacrato in un altro articolo della Costituzione, nell'articolo 30, di istruire e di educare i figli, corrisponde questa opportunità che deve essere data alle famiglie di far frequentare ai loro figlioli scuole di loro gradimento e quindi di permettere la istituzione di scuole che meglio corrispondano con certe garanzie che ora vedremo alle preferenze politiche, religiose, culturali di quella famiglia. Ma rendiamoci ben conto che mentre la scuola pubblica è espressione di unità, di coesione, di uguaglianza civica, la scuola privata è espressione di varietà, che può voler dire eterogeneità di correnti decentratrici, che lo Stato deve impedire che divengano correnti disgregatrici. La scuola privata, in altre parole, non è creata per questo.
La scuola della Repubblica, la scuola dello Stato, non è la scuola di una filosofia, di una religione, di un partito, di una setta. Quindi, perché le scuole private sorgendo possano essere un bene e non un pericolo, occorre: (1) che lo Stato le sorvegli e le controlli e che sia neutrale, imparziale tra esse. Che non favorisca un gruppo di scuole private a danno di altre. (2) Che le scuole private corrispondano a certi requisiti minimi di serietà di organizzazione. Solamente in questo modo e in altri più precisi, che tra poco dirò, si può avere il vantaggio della coesistenza della scuola pubblica con la scuola privata. La gara cioè tra le scuole statali e le private. Che si stabilisca una gara tra le scuole pubbliche e le scuole private, in modo che lo Stato da queste scuole private che sorgono, e che eventualmente possono portare idee e realizzazioni che finora nelle scuole pubbliche non c'erano, si senta stimolato a far meglio, a rendere, se mi sia permessa l'espressione, "più ottime" le proprie scuole. Stimolo dunque deve essere la scuola privata allo Stato, non motivo di abdicazione.
Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito. Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c'è un'altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime. Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci).
Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private.
Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: (1) ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. (2) Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. (3) Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico! Quest'ultimo è il metodo più pericoloso. È la fase più pericolosa di tutta l'operazione [...]. Questo dunque è il punto, è il punto più pericoloso del metodo. Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito [...].
Per prevedere questo pericolo, non ci voleva molta furberia. Durante la Costituente, a prevenirlo nell'art. 33 della Costituzione fu messa questa disposizione: "Enti e privati hanno diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza onere per lo Stato". Come sapete questa formula nacque da un compromesso; e come tutte le formule nate da compromessi, offre il destro, oggi, ad interpretazioni sofistiche [...]. Ma poi c'è un'altra questione che è venuta fuori, che dovrebbe permettere di raggirare la legge. Si tratta di ciò che noi giuristi chiamiamo la "frode alla legge", che è quel quid che i clienti chiedono ai causidici di pochi scrupoli, ai quali il cliente si rivolge per sapere come può violare la legge figurando di osservarla [...]. E venuta così fuori l'idea dell'assegno familiare, dell'assegno familiare scolastico.
Il ministro dell'Istruzione al Congresso Internazionale degli Istituti Familiari, disse: la scuola privata deve servire a "stimolare" al massimo le spese non statali per l'insegnamento, ma non bisogna escludere che anche lo Stato dia sussidi alle scuole private. Però aggiunse: pensate, se un padre vuol mandare il suo figliolo alla scuola privata, bisogna che paghi tasse. E questo padre è un cittadino che ha già pagato come contribuente la sua tassa per partecipare alla spesa che lo Stato eroga per le scuole pubbliche. Dunque questo povero padre deve pagare due volte la tassa. Allora a questo benemerito cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, per sollevarlo da questo doppio onere, si dà un assegno familiare. Chi vuol mandare un suo figlio alla scuola privata, si rivolge quindi allo Stato ed ha un sussidio, un assegno [...].
Il mandare il proprio figlio alla scuola privata è un diritto, lo dice la Costituzione, ma è un diritto il farselo pagare? È un diritto che uno, se vuole, lo esercita, ma a proprie spese. Il cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, se la paghi, se no lo mandi alla scuola pubblica. Per portare un paragone, nel campo della giustizia si potrebbe fare un discorso simile. Voi sapete come per ottenere giustizia ci sono i giudici pubblici; peraltro i cittadini, hanno diritto di fare decidere le loro controversie anche dagli arbitri. Ma l'arbitrato costa caro, spesso costa centinaia di migliaia di lire. Eppure non è mai venuto in mente a un cittadino, che preferisca ai giudici pubblici l'arbitrato, di rivolgersi allo Stato per chiedergli un sussidio allo scopo di pagarsi gli arbitri! [...]. Dunque questo giuoco degli assegni familiari sarebbe, se fosse adottato, una specie di incitamento pagato a disertare le scuole dello Stato e quindi un modo indiretto di favorire certe scuole, un premio per chi manda i figli in certe scuole private dove si fabbricano non i cittadini e neanche i credenti in una certa religione, che può essere cosa rispettabile, ma si fabbricano gli elettori di un certo partito [...].
Poi, nella riforma, c'è la questione della parità. L'art. 33 della Costituzione nel comma che si riferisce alla parità, dice: "La legge, nel fissare diritti ed obblighi della scuola non statale, che chiede la parità, deve assicurare ad essa piena libertà, un trattamento equipollente a quello delle scuole statali" [...]. Parità, sì, ma bisogna ricordarsi che prima di tutto, prima di concedere la parità, lo Stato, lo dice lo stesso art. 33, deve fissare i diritti e gli obblighi della scuola a cui concede questa parità, e ricordare che per un altro comma dello stesso articolo, lo Stato ha il compito di dettare le norme generali sulla istruzione. Quindi questa parità non può significare rinuncia a garantire, a controllare la serietà degli studi, i programmi, i titoli degli insegnanti, la serietà delle prove. Bisogna insomma evitare questo nauseante sistema, questo ripugnante sistema che è il favorire nelle scuole la concorrenza al ribasso: che lo Stato favorisca non solo la concorrenza della scuola privata con la scuola pubblica ma che lo Stato favorisca questa concorrenza favorendo la scuola dove si insegna peggio, con un vero e proprio incoraggiamento ufficiale alla bestialità [...].
Però questa riforma mi dà l'impressione di quelle figure che erano di moda quando ero ragazzo. In quelle figure si vedevano foreste, alberi, stagni, monti, tutto un groviglio di tralci e di uccelli e di tante altre belle cose e poi sotto c'era scritto: trovate il cacciatore. Allora, a furia di cercare, in un angolino, si trovava il cacciatore con il fucile spianato. Anche nella riforma c'è il cacciatore con il fucile spianato. la scuola privata che si vuole trasformare in scuola privilegiata. Questo è il punto che conta. Tutto il resto, cifre astronomiche di miliardi, avverrà nell'avvenire lontano, ma la scuola privata, se non state attenti, sarà realtà davvero domani. La scuola privata si trasforma in scuola privilegiata e da qui comincia la scuola totalitaria, la trasformazione da scuola democratica in scuola di partito.
E poi c'è un altro pericolo forse anche più grave. È il pericolo del disfacimento morale della scuola. Questo senso di sfiducia, di cinismo, più che di scetticismo che si va diffondendo nella scuola, specialmente tra i giovani, è molto significativo. È il tramonto di quelle idee della vecchia scuola di Gaetano Salvemini, di Augusto Monti: la serietà, la precisione, l'onestà, la puntualità. Queste idee semplici. Il fare il proprio dovere, il fare lezione. E che la scuola sia una scuola del carattere, formatrice di coscienze, formatrice di persone oneste e leali. Si va diffondendo l'idea che tutto questo è superato, che non vale più. Oggi valgono appoggi, raccomandazioni, tessere di un partito o di una parrocchia. La religione che è in sé una cosa seria, forse la cosa più seria, perché la cosa più seria della vita è la morte, diventa uno spregevole pretesto per fare i propri affari. Questo è il pericolo: disfacimento morale della scuola. Non è la scuola dei preti che ci spaventa, perché cento anni fa c'erano scuole di preti in cui si sapeva insegnare il latino e l'italiano e da cui uscirono uomini come Giosuè Carducci. Quello che soprattutto spaventa sono i disonesti, gli uomini senza carattere, senza fede, senza opinioni. Questi uomini che dieci anni fa erano fascisti, cinque anni fa erano a parole antifascisti, ed ora son tornati, sotto svariati nomi, fascisti nella sostanza cioè profittatori del regime.
E c'è un altro pericolo: di lasciarsi vincere dallo scoramento. Ma non bisogna lasciarsi vincere dallo scoramento. Vedete, fu detto giustamente che chi vinse la guerra del 1918 fu la scuola media italiana, perché quei ragazzi, di cui le salme sono ancora sul Carso, uscivano dalle nostre scuole e dai nostri licei e dalle nostre università. Però guardate anche durante la Liberazione e la Resistenza che cosa è accaduto. È accaduto lo stesso. Ci sono stati professori e maestri che hanno dato esempi mirabili, dal carcere al martirio. Una maestra che per lunghi anni affrontò serenamente la galera fascista è qui tra noi. E tutti noi, vecchi insegnanti abbiamo nel cuore qualche nome di nostri studenti che hanno saputo resistere alle torture, che hanno dato il sangue per la libertà d'Italia. Pensiamo a questi ragazzi nostri che uscirono dalle nostre scuole e pensando a loro, non disperiamo dell'avvenire. Siamo fedeli alla Resistenza. Bisogna, amici, continuare a difendere nelle scuole la Resistenza e la continuità della coscienza morale.


Profetico allora e di sconcertante attualità oggi. 
Nella prospettiva di Calamandrei la scuola doveva essere assimilata ad un organo costituzionale. La scuola, dunque, sarebbe dovuta essere lo strumento privilegiato attraverso cui realizzare i principi sanciti nella costituzione repubblicana, un serbatoio di pensiero critico, un baluardo eretto a difesa della libertà così a caro prezzo conquistata. 
Non è un caso, evidentemente, che sui giornali un giorno si e l'altro pure si leggano interventi che auspicano generiche riforme che, in pratica, si traducono poi in tagli indiscriminati alla scuola pubblica. Anche questo fa parte di un disegno politico ben preciso. Si getta discredito sulla scuola per colpirla ulteriormente. Si dice di voler premiare il merito e si costringono gli insegnanti a lavorare in condizioni disastrose per poter loro addebitare la responsabilità dei risultati disastrosi dei loro alunni.
Tanti anni fa, facevo la terza media, di fronte alla mia contrarietà circa l'ipotesi di innalzamento dell'obbligo scolastico, la professoressa mi ammonì in questo modo: "I potenti, caro Barmina, hanno tutto l'interesse a che tu non vada a scuola perché hanno compreso che il tuo sapere può mettere in pericolo i loro privilegi".



In memoria del professor Todini

     Ho visto il video senza l'audio e mi sono abbandonato ad un commento vigliacco e banale: il dato positivo della faccenda - ho de...