domenica 8 luglio 2012

Impresa e lavoro nella Costituzione

Chi volesse farsi un'idea del livello di manifesta insofferenza che suscita la Costituzione italiana presso gli ambienti libertarian può dare uno sguardo al post pubblicato qualche giorno fa su libertarianation. L'analisi che vi si conduce relativamente alla genesi della nostra carta fondamentale è sostanzialmente condivisibile, almeno nelle sue linee essenziali.
É fuor di discussione, infatti, che la Costituzione sia frutto di un compromesso fra le forze politiche antifasciste: comunisti e democristiani in primo luogo ma anche liberali e azionisti. Nessuno dei contendenti, da solo, conclusa la Resistenza, era risultato egemone. Il compromesso storico, quindi, è stato una necessità, prima ancora che una scelta dettata dalla volontà di non far precipitare il paese in una nuova guerra civile.
Si omette di precisare che i partiti dell'arco costituzionale erano l'espressione di istanze sociali differenti. Comprensibilmente direi, perché tutti gli argomenti spendibili dal pensiero liberale, comunque denominato e in tutte le sue declinazioni, riescono ad essere plausibili solo se si considerano gli esseri umani sempre e comunque liberi, indipendentemente da quella forma di schiavitù costituita dall'indigenza. Il principio di realtà ci impone di distinguere i desideri dalla realtà. Per cui non basta dichiarare pomposamente che gli essere umani sono liberi, se permangono quelle condizioni materiali di esistenza che, di fatto, limitano l'esplicarsi della libertà.
Il contratto, il libero incontro tra la libera volontà fra due soggetti, sarebbe la massima espressione della libertà economica. La logica conseguenza è che si dovrebbero limitare al massimo i vincoli esterni posti a tutela del contraente che si considera più debole.
La Costituzione, all'articolo 41, riconosce la libertà di iniziativa economica, ponendovi però dei limiti negativi(non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana) e positivi(deve essere indirizzata e coordinata a fini sociali).
Con il titolo terzo della prima parte, dedicato ai rapporti economici, la Costituzione ha qualificato l'Italia come stato sociale di diritto. I diritti quindi non sono astrattamente riconosciuti, ma anche tutelati e promossi, ciò che implica un obbligo di intervento a carico dei pubblici poteri.
Il costituente, nel sancire la tutela della salute (art.32 Cost) ha avuto premura di precisare che la repubblica garantisce cure agli indigenti. Essendo l'integrità psicofisica un diritto di tutti - chi lo nega si faccia avanti - si deve, di conseguenza, prevedere un sistema sanitario che eroghi le prestazioni indispensabili. Analoghe considerazioni si possono fare per la previdenza (art.38) e l'istruzione(art.34).
Nell'ambito del titolo terzo un posto di particolare importanza ricopre l'articolo 36:
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso necessario e sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.
La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.
Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.
Il liberista sarà portato a domandarsi per quale motivo la legge, in questo caso la legge posta al massimo livello nella gerarchia delle fonti, debba limitare la libera volontà delle parti. Domanda retorica e risposta scontata. Evidentemente si deve richiamare un principio reperibile nell'introduzione a qualsiasi manuale di diritto del lavoro, e che il nostro costituente ha incorporato nella costituzione: poiché lavoratore e imprenditore non hanno la stessa forza contrattuale si deve prevedere una legislazione di favore nei confronti del soggetto più debole. 
Il legislatore si limita a prendere atto della sproporzione che esiste fra chi dispone del capitale e chi può contare sulla propria forza lavoro. In altri termini il lavoratore non è tanto libero quanto l'imprenditore: solo il primo è pressato dalla necessità di far fronte al proprio sostentamento, e può provvedervi offrendo le proprie prestazioni; solamente il secondo può dire se non ti piace vai da un'altra parte.
Si tratta di un atteggiamento ideologico. Lo sarebbe ugualmente stato nel caso contrario. Il lassez faire, proprio delle politiche liberiste, si traduce comunque in un vantaggio per uno dei due poli dialettici del conflitto di classe.
Sarebbe sufficiente un'interpretazione stringente dell'articolo 36, col suo riferimento all'esistenza libera e dignitosa che deve essere garantita al lavoratore, per mettere in discussione la costituzionalità di molti aspetti del pacchetto Treu, della legge Biagi e della recente (contro)riforma Fornero.

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