martedì 7 agosto 2012

Hoppe e la democrazia

Forte delle osservazioni di Pierre Bayard, di cui sono venuto a conoscenza in maniera indiretta, provo a fare qualche considerazione sul libro di Hoppe, Democrazia: il dio che ha fallito (Liberilibri, 2008), dopo averne letto la recensione su libertarianation
Allievo di Murray Rothbard, Hans Mermann Hoppe è un esponente di primo piano della galassia libertarian.  
In Democrazia: il dio che ha fallito mette a confronto due sistemi di governo, la monarchia ereditaria e la democrazia, manifestando le proprie preferenze per la prima, pur considerandola in ogni caso imperfetta. Gli argomenti addotti da Hoppe sono principalmente due, la maggior efficienza della monarchia e un più marcato rispetto per la proprietà privata. Tanto la monarchia quanto la democrazia, questa la tesi fondamentale che si sostiene nel libro, sono parassitarie, tuttavia il monarca ha tutto l'interesse a limitare lo sfruttamento dei sudditi: Il proprietario di un governo privato cercherà inevitabilmente di massimizzare la sua ricchezza totale; per esempio il valore attuale della sua proprietà e dei suoi profitti attuali. […] là dove niente è stato prima prodotto, niente può essere espropriato; e dove tutto è espropriato, tutta la futura produzione arriverà alla sua fine. Come risultato di questo il proprietario di un governo privato eviterà di sfruttare i suoi sudditi così pesantemente, per esempio riducendo i suoi potenziali guadagni futuri a tal punto che il suo attuale valore della sua proprietà possa davvero crollare. Invece, per poter preservare o possibilmente aumentare il valore della sua proprietà personale si tratterrà sistematicamente da politiche di sfruttamento. Perché più basso è lo sfruttamento più produttiva sarà la popolazione di sudditi e più produttiva la popolazione più alto sarà il valore del monopolio di espropriazione del padrone. Utilizzerà il suo privilegio monopolistico, ovviamente. Lui sfrutterà. Ma come il proprietario del governo privato è nel suo interesse prelevare parassiticamente sulla crescente produttività della prosperosa economia non governativa perché questo aumenterà senza alcuna fatica la sua ricchezza e prosperità. […]

Il custode provvisorio di un governo, al contrario, cercherà di massimizzare non la ricchezza totale del governo ma il profitto attuale. Infatti anche se il custode vorrebbe in maniera diversa non potrebbe. Invece di mantenere la proprietà del governo, come un proprietario privato farebbe, un custode provvisorio del governo userà velocemente più risorse del governo che può, perché per ciò che non consuma adesso, non riuscirà mai a consumare in futuro. […] Per un custode, al contrario di un proprietario privato, la moderazione ha solo svantaggi e nessun vantaggio.”

La monarchia sarebbe meglio della democrazia in quanto il monarca, proprietario dello stato che sarà trasmesso in eredità, ha tutto l'interesse a conservare i fattori produttivi, contenendo ad esempio il prelievo fiscale. Il semplice amministratore, al contrario, tenderà ad incrementare i profitti attuali senza curarsi troppo del futuro, del tempo cioè in cui sarà cessato dalla carica. Tutto questo sul presupposto, evidentemente da dimostrare, che il sovrano - proprietario faccia sempre scelte tecnicamente corrette sotto il profilo finanziario. 

Se pure la monarchia dovesse essere più efficiente della democrazia, ciò non sarebbe di per se bastante per ritenere che essa sia il meno peggio tra tutti i sistemi di governo. L'efficienza, da sola, non basta. Il nazionalsocialismo fu efficientissimo. Funzionava alla perfezione. Schiere di funzionari competenti e ligi al dovere hanno condotto al forno sei milioni di esseri umani. La schiavitù è il più efficiente tra i modi di produzione, e lo è proprio perché uno solo decide per molti, contro la loro volontà e il loro interesse, badando in maniera esclusiva al proprio utile.

Il recensore conclude affermando che Forse la crisi che stiamo sperimentando è il risultato di un ciclo naturale di questo sistema e poi, in maniera perentoria, quello che Hoppe e la logica ci dicono è che forse il debito pubblico è una caratteristica squisitamente intrinseca della democrazia e che quest’ultima è destinata a fallire o a trasformarsi in qualcos'altro.

Il libro di Hoppe ci induce a riflettere sullo stato di salute delle democrazie moderne.  Considerare la democrazia rappresentativa come la causa della crisi economica che sta attanagliando la parte più sazia dell'umanità è nient'altro che un misero espediente demagogico che serve a dare una parvenza di legittimità etico-politica alle teorie economiche del pensiero unico dominante.



Nessun commento:

Posta un commento

Aspettando il quattro marzo/2

Da spettatore non sempre attento ho l'impressione che questa campagna elettorale veda una strana e trasversale polarizzazione: poche per...