martedì 15 maggio 2012

Déjà vu

Abbiamo il parlamento più mite di tutta la storia repubblicana, in cui, di fatto, non viene esercitata nessuna forma di opposizione. Il governo, un collegio di commissari ad acta, che si regge su una maggioranza vastissima, fa di tutto per piacere ai mercati e spiacere ai cittadini, ai quali non è vincolato da nessun patto elettorale.
Sarebbe tutto normale, in linea anzi con il trend europeo, se non dovessimo fare i conti col tradizionale sovversismo delle nostre classi dirigenti e con le tentazioni vagamente autoritarie sempre accarezzate da ampi settori della società italiana. 
Ecco perché ho fatto un salto sulla sedia quando ho letto che il ministro Severino non esclude la possibilità di usare l'esercito per fronteggiare eventuali attacchi ad obiettivi sensibili da parte di gruppi terroristici. Mi sembra un remake della strategia della tensione, seppur diminuito di parecchie ottave: si crea un nemico e si fomenta il panico per poter giustificare la svolta repressiva. Il governo più impopolare del dopoguerra, che non gode di alcuna forma di legittimazione elettorale, non esclude di usare l'esercito contro il terrorismo. Formulata in questi termini, la questione mantiene una parvenza di credibilità. Il punto è che quando si decide di usare la forza è comprensibile la tentazione di eccedere e di andare a colpire anche le manifestazioni legittime del dissenso.
Dal ministro di un governo che ha fatto della sobrietà la sua bandiera è lecito aspettarsi una maggiore ponderazione.

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