martedì 12 febbraio 2013

Rivoluzione Civile contro il precariato

Precario, dal latino precarius, derivato a sua volta da prex, preghiera. Il dizionario etimologico precisa che precario è quel che è stato ottenuto per preghiera, che si esercita per permissione, per tolleranza altrui; quindi che non dura per sempre, ma quanto vuole il concedente. Per estensione: che ha poca durata, non stabile, temporaneo.
A partire dall'Alto Medioevo il termine precària designa quella terra avuta in concessione temporanea in virtù di una preghiera inoltrata al proprietario del fondo.
Il precariato, quindi, rimanda ad un universo concettuale in cui i rapporti tra gli esseri umani sono demandati all'arbitrio e alla benevolenza di una parte, al capriccio dei potenti, evidentemente in grado di decidere la sorte degli sventurati. Avere o non avere della terra da cui trarre sostentamento, in un mondo dominato dalla scarsità alimentare, segna la differenza tra la vita e la morte. 
Uno dei capovolgimenti lessicali più gettonati in questo periodo porta a considerare la flessibilità come inequivocabile indice di modernizzazione. Le aziende, si sostiene, senza i vincoli e le rigidità contrattuali conosciuti fino alle riforme degli anni Novanta, avranno meno remore ad assumere nuovi dipendenti. Bisogna far violenza alla logica e al buon senso per sostenere che si crea occupazione dando alle imprese la facoltà di licenziare a loro piacimento.
La realtà del precariato, se appena si ha il coraggio di uscire dai salotti liberisti, è cosa ben diversa da quello che i soloni in stile Ichino ci vogliono far credere: se perdi il lavoro, pazienza,  ti rimetti in gioco, come se fosse facile, a cinquant'anni, trenta dei quali passati per esempio a condurre autobus, imparare un nuovo mestiere, pizzaiolo, bioagricoltore, tecnico del suono, organizzatore di eventi mondani, pilota d'aereo. Facile a dirsi, tanto poi son gli altri che si trovano esodati, stanchi e depressi fino al suicidio. 
Essere un lavoratore precario significa dover accettare condizioni sempre più inique, dimenticarsi qualsiasi forma di rivendicazione, lavorare sempre di più fino a che non decidono di cacciarti perché sei diventato inutile e guadagnare sempre meno. Significa che non puoi aderire ad un sindacato, partecipare ad uno sciopero. La politica poi te la devi dimenticare e non puoi contare neppure sulla solidarietà dei tuoi colleghi, in concorrenza con te perché anche loro tengono famiglia e non possono sgarrare.
Rivoluzione Civile, aderendo alle richieste che provengono dal mondo del lavoro, vuole il ripristino integrale dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, il ritorno al contratto collettivo nazionale e una legge sulla democrazia nei luoghi di lavoro. 
Sembra poco. Eppure consentirebbe ai lavoratori di far sentire la loro voce, di non essere trattati come oggetti di cui ci si può disfare quando non servono più.
È una questione di civiltà.
 

Nessun commento:

Posta un commento

Aspettando il quattro marzo/2

Da spettatore non sempre attento ho l'impressione che questa campagna elettorale veda una strana e trasversale polarizzazione: poche per...