martedì 27 novembre 2012

Chanson d'automne


L'autunno è liturgicamente deputato alle manifestazioni di piazza. E liturgiche sono anche le esternazioni che ne seguono, tutte di questo tenore: Comprendiamo le ragioni della protesta ma condanniamo la violenza oppure Gli abusi perpetrati sui manifestanti da alcuni agenti non possono comportare un giudizio di condanna sull'operato complessivo delle forze dell'ordine. Scontata e sempre più fuori contesto la citazione di Pasolini, il quale nella famosa poesia scritta in seguito alla battaglia di Valle Giulia aveva rimbrottato gli studenti ricordando la loro condizione borghese, contrapposta a quella proletaria o sottoproletaria  dei celerini. 
Da che io mi ricordi, 1989, anno per altri versi memorabile, lo schema è rimasto pressoché inalterato: cortei, occupazioni delle scuole e dell'università, qualche petardo, scaramucce tra studenti e poliziotti, disordini tutto sommato limitati. Per i ragazzi al primo anno delle superiori tutto questo è quasi un rito d'iniziazione, in fondo benevolmente tollerato da genitori e professori i quali, così mi pare di ricordare, addolcivano le pur blande reprimende con quel pizzico di nostalgia che segna la distanza tra giovani e meno giovani, fra l'uomo di mezza età che ha vissuto una precedente stagione di lotta e l'adolescente che si affaccia per la prima volta, goffo e inesperto, a qualcosa di approssimativamente vicino alla politica.
Il rituale si è compiuto anche quest'anno. Scontri a Milano, Torino, Roma e nelle altre principali città italiane. Autonomi indignati, vetrine spaccate, manifestanti e agenti contusi, lacrimogeni, cariche della polizia. Apparentemente nulla di nuovo sotto il sole d'autunno. Dico apparentemente perché la stessa cosa è avvenuta nello stesso momento in tutte le capitali europee e per le stesse ragioni: le politiche di austerità e rigore in nome delle tre parole d'ordine (mercato, mercato e ancora mercato) imposte dall'Unione europea non sembrerebbero incontrare il favore degli studenti, dei pensionati, dei disoccupati e dei lavoratori a reddito fisso. E perché dovrebbero? Perché dovrebbero rinunciare alla sanità gratuita, alla scuola pubblica, ad un posto di lavoro sicuro? È così fuori dal mondo pretendere che i ricchi e non i poveri paghino per i danni che loro hanno prodotto? La ricetta per uscire dalla crisi non è affatto univoca e richiede delle risposte politiche, che naturalmente non possono accontentare tutti. Si tratta appunto di fare delle scelte. Ad essere ottimisti nella violenza di questi giorni si potrebbe vedere un germe dell'internazionalismo proletario, ma credo che si tratti di un'esagerazione. In ogni caso le categorie marxiane non sono del tutto obsolete. E' stato infatti autorevolmente affermato ( Luciano Gallino, La lotta di classe dopo la di classe, intervista a cura di Paola Borgna, Laterza, 2012) che la lotta di classe non è mai cessata ma ha assunto negli ultimi decenni forme affatto particolari e soprattutto è stata e continua ad essere  condotta dall'alto verso il basso e sostenuta da un mostruoso apparato ideologico:
Anzitutto la classe politica transnazionale fruisce di un poderoso collante ideologico che è sostenuto da decine di "serbatoi di pensiero", operanti sopratutto in Europa e negli Strati Uniti. Essa possiede inoltre un grosso peso politico. Le leggi in tema di politiche fiscali, deregolamentazione della finanza, riforme del mercato del lavoro, privatizzazione dei beni comuni - dall'acqua ai trasporti pubblici- emanate in diversi paesi dagli anni Ottanta in poi, e che oggi il Fondo monetario internazionale (Fmi), la Banca centrale europea (Bce) e la Commissione europea (Ce) vorrebbero imporre a tutti i membri dell'Unione europea(Ue) o quanto meno a quelli dell'eurozona, sono state una parte essenziale della controffensiva a cui mi riferivo prima. 
Tale controffensiva non avrebbe mai avuto il successo che ha avuto se non avesse potuto prender forma di e appoggiarsi su leggi, decreti, normative e direttive che sono stati concepiti e approvati appositamente dai parlamenti sotto la spinta delle lobbies industriali e finanziarie, in vista di un duplice scopo: indebolire il potere delle classi lavoratrici e delle classi medie, e accrescere allo stesso tempo il potere della classe dominante. A ciò vanno aggiunti i finanziamenti, dell'ordine di centinaia di milioni l'anno, che dette lobbies erogano a favore dei candidati alle elezioni politiche: mi riferisco a deputati, senatori e presidenti della Repubblica - in quest'ultimo caso, ovviamente, nei paesi come usa e Francia dove il presidente viene eletto dal popolo - dei quali le corporation industriali e finanziarie intendono assicurarsi la benevola attenzione allorché saranno in carica.
Le manifestazioni dei giorni scorsi, in alcuni casi debordate in episodi di violenza, in altri contenute entro i limiti della goliardia studentesca ( siamo venuti già menati si poteva leggere su uno striscione) evidenziano la debolezza attuale della classe lavoratrice, conseguenza della sudditanza ideologica ai miti tanto generosamente elargiti dai serbatoi di pensiero al servizio della borghesia e amplificati dai mezzi d'informazione.
Non resta che attendere una risposta politica all'input che arriva dalla piazza.  Risposta che naturalmente incombe sulla sinistra, da quella di ispirazione marxista a quella che voglia aspirare a dirsi socialdemocratica.




  

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