Che sia vero o no che una donna abbia partorito nel bagno di un ospedale romano perché tutto il personale presente era obiettore ha poca importanza. La notizia è certamente verosimile, data la percentuale dei medici non abortisti presenti in Italia.
Il dato normativo inconfutabile è che l'interruzione volontaria di gravidanza è ammessa, quello culturale, invece, è che tale pratica sia osteggiata in molte strutture ospedaliere, con tecniche che vanno dalla persuasione fino alla violenza psicologica.
Se la donna si reca in ospedale perché ha deciso di interrompere la gravidanza deve essere messa nella condizione di farlo.
Io non lo farei mai ma ... Certo io non lo farei, anzi, non lo farò mai perché non ho un utero. Ma? Nessun ma. Non ho il diritto, e penso che nessuno lo abbia, di sapere cosa sia bene per le altre. Eppure si narra, e credo che la notizia non sia completamente infondata, che in alcuni reparti si aggirino strani personaggi che, in nome della propria particolarissima visione del mondo, pensano di sapere quale sia la decisione che le altre debbano prendere.
Nessuna ha mai preso a cuor leggero la prospettiva di rinunciare alla maternità.
Non c'è dubbio che una gravidanza indesiderata sia un dramma di proporzioni enormi. Per questo motivo ritengo che il numero degli aborti debba e possa diminuire in maniera significativa. Il ricorso generalizzato alla contraccezione con metodi non naturali, pillola e preservativo, consentirebbe di limitare le gravidanze indesiderate fino quasi a farle scomparire del tutto. Il punto è che gli stessi ambienti antiabortisti manifestano riserve di natura etica anche sulla contraccezione, ammettendo solo i metodi naturali. Metodi naturali: come incrociare le dita e sperare che non accada.
giovedì 20 marzo 2014
domenica 23 febbraio 2014
Il Sol dell'Avvenire
In luogo delle consuete analisi elettorali, che sarebbero viziate da un'eccesso di raro ottimismo, preferisco abbandonarmi al ricordo e alla nostalgia.
Quando ero bambino abitavo nei pressi di Porto Torres. Babbo faceva il pastore: aveva abbandonato il paese d'origine ma non era stato sedotto dal miraggio dell'industrializzazione. Ragionando con la pacatezza di un'aduldità a fatica conquistata posso affermare che il rifiuto di andare a vivere in città sia stato un dono stupendo di cui solo troppo tardi ho compreso il significato.
Tenemmo a Nule la residenza per cui con cadenza mediamente annuale tornavamo in paese per votare. Cosa volesse dire non lo sapevo, ma sapevo che era una cosa che le persone grandi dovevano fare.
La domenica elettorale era tradizionalmente inondata da un sole meraviglioso. Mi piacerebbe pensare che fosse il Sol dell' Avvenire. Festa comandata o doverosa incombenza civile alla quale sarebbe stato inopportuno mancare, era comunque bello trovarsi tutti a casa di nonno. Dopo il pranzo a noi bambini era concesso di giocare in sa corte. A dire il vero non saprei dire se davvero trascorressimo in cortile il dopo voto. Non ha importanza. Voglio ricordare le cose che più mi piacciono.
Il viaggio a Nule era però un tormento: oltre cento chilometri di cui la metà particolarmente favorevoli al più terrificante mal d'auto. Per un po' di tempo ho accarezzato egoisticamente l'idea di deportare il parentado nella Nurra. Mamma mi disse che sarebbe stato meglio studiare ingegneria civile e così, diventato grande, avrei potuto addomesticare il cammino che porta alla Memoria.
Una combinazione tra eventi casuali e scelte personali mi ha portato a vivere ad Ozieri, a metà strada Porto Torres e Nule. Vedo che qualcuno sta provvedendo a realizzare il mio antico e inconfessato desiderio, forando montagne e incatramando nuove strade. Un vero peccato, proprio ora che ho imparato ad apprezzare il piacere della guida e ad assaporare il viaggio più che l'arrivo a destinazione.
Quando ero bambino abitavo nei pressi di Porto Torres. Babbo faceva il pastore: aveva abbandonato il paese d'origine ma non era stato sedotto dal miraggio dell'industrializzazione. Ragionando con la pacatezza di un'aduldità a fatica conquistata posso affermare che il rifiuto di andare a vivere in città sia stato un dono stupendo di cui solo troppo tardi ho compreso il significato.
Tenemmo a Nule la residenza per cui con cadenza mediamente annuale tornavamo in paese per votare. Cosa volesse dire non lo sapevo, ma sapevo che era una cosa che le persone grandi dovevano fare.
La domenica elettorale era tradizionalmente inondata da un sole meraviglioso. Mi piacerebbe pensare che fosse il Sol dell' Avvenire. Festa comandata o doverosa incombenza civile alla quale sarebbe stato inopportuno mancare, era comunque bello trovarsi tutti a casa di nonno. Dopo il pranzo a noi bambini era concesso di giocare in sa corte. A dire il vero non saprei dire se davvero trascorressimo in cortile il dopo voto. Non ha importanza. Voglio ricordare le cose che più mi piacciono.
Il viaggio a Nule era però un tormento: oltre cento chilometri di cui la metà particolarmente favorevoli al più terrificante mal d'auto. Per un po' di tempo ho accarezzato egoisticamente l'idea di deportare il parentado nella Nurra. Mamma mi disse che sarebbe stato meglio studiare ingegneria civile e così, diventato grande, avrei potuto addomesticare il cammino che porta alla Memoria.
Una combinazione tra eventi casuali e scelte personali mi ha portato a vivere ad Ozieri, a metà strada Porto Torres e Nule. Vedo che qualcuno sta provvedendo a realizzare il mio antico e inconfessato desiderio, forando montagne e incatramando nuove strade. Un vero peccato, proprio ora che ho imparato ad apprezzare il piacere della guida e ad assaporare il viaggio più che l'arrivo a destinazione.
martedì 24 dicembre 2013
Pensierini sul Natale
A Natale siamo mediamente più tristi che nel resto dell'anno: anche questo fa parte della tradizione. Tanto di guadagnato per i commercianti. Più si è tristi e più si compra, nel tentativo di colmare non so quale imponderabile vuoto esistenziale.
Non riesco neppure io a sottrarmi alla stucchevole retorica del Natale e finisco sempre col cedere alla spontaneità dell'atto donativo. La solidarietà organizzata che assume la forma della maratona televisiva mi lascia perplesso e ho il sospetto che qualcuno la usi per riempirsi lo stomaco. Meglio lasciare cinque euro sul cappello di un musicista di strada, tanto più dolce nella sua sconfinata tristezza se accompagnato da un cane che sonnecchia ai suoi piedi.
Non riesco neppure io a sottrarmi alla stucchevole retorica del Natale e finisco sempre col cedere alla spontaneità dell'atto donativo. La solidarietà organizzata che assume la forma della maratona televisiva mi lascia perplesso e ho il sospetto che qualcuno la usi per riempirsi lo stomaco. Meglio lasciare cinque euro sul cappello di un musicista di strada, tanto più dolce nella sua sconfinata tristezza se accompagnato da un cane che sonnecchia ai suoi piedi.
Siccome sono comunista 365 giorni all'anno, alternando il rigore dell'ortodossia a qualche pericolosa devianza decrescitista, questa mesta ricorrenza consumistica, mi dà l'occasione di riflettere sulla sproporzione tra ricchi e poveri. Ieri sera mi sono recato Sassari per un giro di acquisti. Ho fatto lo slalom tra mendicanti e panciuti borghesi che parlavano d'affari: il clemente dicembre sardo consente di sorseggiare l'aperitivo seduti ai tavolini esterni. Sulla via del ritorno ho rivisto le stesse persone annoiate e visibilmente infastidite, da cosa non l'ho compreso. Certo, gli affari per loro, c'è la crisi, non vanno bene, ma, d'altra parte non s'è mai visto un commerciante soddisfatto, un po' come i serpenti erbivori: non possiamo escludere che esistano ma nessuno ne ha mai incontrato uno. Il senso dell'equità sociale, che mi accompagna sempre, grosso modo a partire dalla fine di novembre si atteggia ad invidia e si manifesta quando indosso i panni dell'automobilista. Non posso fare a meno di notare le automobili di grossa cilindrata posteggiate davanti ai caffè. Tra di esse una ha suscitato la mia attenzione. Si trattava di una vettura del segmento F. L'ho scrutata con attenzione, e credo che questo non sia dispiaciuto al suo proprietario, dal momento che la funzione principale di un bene di lusso è quella di celebrare la ricchezza di chi se lo può permettere. Per poterla acquistare dovrei lavorare per oltre dieci anni senza spendere nulla.
Raggiungendo la mia Fiat 600 ho rimuginato sulle ragioni che hanno generato la ricchezza dei pochi e la povertà di troppi. La risposta che ho dato non diverge troppo dai ragionamenti che imbastisco a mente fredda.
Posso tuttavia ritenermi fortunato. Questo mese ho ricevuto stipendio e tredicesima. So che ci sono insegnanti che non vengono pagati da mesi. Buon Natale colleghe. Buon Natale al sassofonista di strada e al suo compagno di vita e di miseria. E Buon Natale anche te, anonimo riccastro. Perdonami se ieri sera ti ho invidiato. È la notte di Natale e, solo per stasera, non ti porto rancore.
Raggiungendo la mia Fiat 600 ho rimuginato sulle ragioni che hanno generato la ricchezza dei pochi e la povertà di troppi. La risposta che ho dato non diverge troppo dai ragionamenti che imbastisco a mente fredda.
Posso tuttavia ritenermi fortunato. Questo mese ho ricevuto stipendio e tredicesima. So che ci sono insegnanti che non vengono pagati da mesi. Buon Natale colleghe. Buon Natale al sassofonista di strada e al suo compagno di vita e di miseria. E Buon Natale anche te, anonimo riccastro. Perdonami se ieri sera ti ho invidiato. È la notte di Natale e, solo per stasera, non ti porto rancore.
domenica 24 novembre 2013
In principio era il Verbo
In un passato non troppo remoto mi è capitato di sentire persone anche dotate di notevoli risorse culturali menar vanto della loro ignoranza in fatto di numeri. Difficilmente si esibiva con la stessa fierezza l'incompetenza nelle materie umanistiche. Si era propensi a perdonare il letterato che non sapeva svolgere le divisioni con due cifre al divisore e a negare la medesima clemenza al biologo che storpiava le citazioni latine. Il primo era considerato comunque una persona colta, il secondo, per bene che potesse andare, era un bravo professionista ma, sotto sotto, rimaneva un ignorante: colpa della tradizionale priorità accordata alle materie umanistiche dalla scuola gentiliana e di una gerarchia dei saperi al cui vertice si collocavano quelle discipline prive di uno scopo pratico immediato, riservate naturalmente a quei ceti sociali che avevano tempo, in quanto liberi dalle pressanti richieste del proprio stomaco, e denaro, frutto del lavoro altrui, per consacrare la loro esistenza all'otium.
La divisione del lavoro - osserva Marx ne L'ideologia tedesca - non diventa effettivamente divisione del lavoro che a partire dal momento in cui si opera la divisione fra lavoro materiale e lavoro intellettuale.
La divisione del lavoro - osserva Marx ne L'ideologia tedesca - non diventa effettivamente divisione del lavoro che a partire dal momento in cui si opera la divisione fra lavoro materiale e lavoro intellettuale.
Se la storia avesse preso un altro corso, perché non è affatto detto che dovesse andare così, forse oggi non potremmo leggere la Recherche, i liceali eviterebbero le notti insonni sulle versioni di greco e l'aristocratico Alessandro Manzoni non tedierebbe gli studenti con I promessi sposi.
I colleghi della scuola media mi dicono che i ragazzi arrivano da loro con una paurosa povertà lessicale. Un amico mi riferisce di aver appreso assistendo ad un esame universitario in una facoltà di lettere che Augusto sarebbe vissuto nel Medioevo. La sconcertante rivelazione è imputabile all'esaminanda, di cui si ignora l'esito della carriera. Al test di ammissione alla facoltà di lettere ci furono non pochi candidati che collocarono nel Risorgimento la vita e l'opera di Antonio Gramsci. F., ultrasettantenne priva di un'istruzione formale, sa che Augusto è vissuto ai tempi di Gesù e che Gramsci era uno scrittore sardo che è stato imprigionato dal fascismo.
Evidentemente qualcosa è cambiato. Alla colpevolmente tollerata ignoranza in ambito scientifico si è aggiunta un'altrettanto colpevole e fastidiosa noncuranza nei confronti dei saperi umanistici, sempre ammesso che una tale netta separazione abbia ancora senso.
Evidentemente qualcosa è cambiato. Alla colpevolmente tollerata ignoranza in ambito scientifico si è aggiunta un'altrettanto colpevole e fastidiosa noncuranza nei confronti dei saperi umanistici, sempre ammesso che una tale netta separazione abbia ancora senso.
Crollano le iscrizioni al liceo classico, per tradizione destinato ai rampolli delle classi abbienti. L'assottigliarsi del ceto medio evidentemente ha indotto numerose famiglie a ridimensionare le aspettative che ripongono sui figli. Eppure, credo, la crisi - già, la crisi, che tutto spiega e tutto giustifica - da sola non basta a render conto del fenomeno. In fondo la scuola serve per imparare un mestiere, per preparare al mondo del lavoro. Giusto? Non è questa la giaculatoria che dovremmo recitare ai nostri alunni? Se il lavoratore, poi, è ignorante come una capra, tanto di guadagnato per il padrone. Naturalmente chi sermoneggia sull'utilità dell'istruzione tecnica si guarda bene dal mandare il figlio alle scuole professionali, riservate ai figli degli altri, che sono svogliati oppure non sono portati per lo studio. Meglio che imparino un mestiere e comprendano da subito il posto che è stato loro riservato.
La perdita di credibilità della parola non è casuale. È un fatto dalla straordinaria rilevanza politica. Se la classe dominata viene indotta a pensare che le parole non servono a niente non avrà alcun motivo per contestarne il monopolio alla classe dominante e sarà priva di uno strumento con cui decriptare il linguaggio dei potenti.
La perdita di credibilità della parola non è casuale. È un fatto dalla straordinaria rilevanza politica. Se la classe dominata viene indotta a pensare che le parole non servono a niente non avrà alcun motivo per contestarne il monopolio alla classe dominante e sarà priva di uno strumento con cui decriptare il linguaggio dei potenti.
Se ricordare lo sforzo di Lorenzo Milani per l'alfabetizzazione dei ceti subalterni - ogni parola non imparata oggi è un calcio in culo domani - può apparire inattuale - gli autori scomodi sono sempre sorpassati - non lo è certamente il riferimento al Prologo del Vangelo secondo Giovanni, se non altro perché quel testo è, o dovrebbe essere, un punto di riferimento imprescindibile per la vita spirituale di due miliardi di esseri umani.
Due accostamenti arbitrari, frutto del disordine con cui procedono le mie letture. Era da tempo che non citavo don Milani e avevo una gran voglia di ricordarlo. Dedicherò un post tutto a lui. Sto riscoprendo le Scritture che taluni dicono sacre e che, sacre o profane che siano, esercitano un fascino anche per l'uomo contemporaneo: forse, come sostengono gli uomini di chiesa, hanno qualcosa da dire anche a lui.
sabato 5 ottobre 2013
Quando uno è cretino è cretino
Non abbiamo nessuna remora a tacciare d'ipocrisia la costernazione istituzionale che fa da sfondo all'ultima tragedia di migranti nei mari di
Ugualmente ipocriti sono i minuti di raccoglimento prima degli eventi sportivi; ipocriti sono il lutto nazionale, lo sgomento presidenziale, le bandiere a mezz'asta e lo sbigottimento del paese. Ipocriti perché, in fondo, all'uomo qualunque interessa assai poco della sorte di quei poveri africani.
Eppure anche l'ipocrisia ha una sua funzione: delinea un quadro di valori condivisi, tanto che discostarsene in maniera troppo netta può determinare un sensibile calo del gradimento politico.
Ecco perché dovremmo storcere il naso di fronte alle dichiarazioni rese da Matteo Salvini a Porta a Porta:
La sua sincerità è preoccupante in quanto indice del decadimento di un'etica condivisa. Non è ipocrita perché non ne avverte il bisogno e comprende che la sua base elettorale razzista, e xenofoba proprio come lui, non è partecipe della pietà umana che qualsiasi essere umano dotato di coscienza sente di dover provare di fronte a centinaia di propri simili annegati come topi.
domenica 25 agosto 2013
L'antipolitica che rende
Nel post precedente ho pubblicato questo spezzone di una puntata di Agorà Estate
Possiamo fare tre ordini di considerazioni:
1) A fronte di un compassato Cofferati, Facco appare nervoso, quasi impaziente di dirne quattro all'ex sindacalista. Atteggiamento comprensibile in un esordiente che non vede l'ora di sfruttare al meglio i suoi cinque minuti di notorietà. Leonardo Facco, tuttavia, non è un esordiente: giornalista, scrittore e attivista politico dovrebbe essere avvezzo a partecipare ai pubblici dibattiti. Scopre subito le sue carte sfoderando senza diplomazia il suo credo libertario. Potrebbe avere ragione ma espone i suoi argomenti in maniera scomposta e rabbiosa, rendendosi indisponente e vanificando la poca credibilità che i suoi argomenti possono vantare.
2) Ammettiamo che l'attività svolta da Cofferati, impiegato alla Pirelli, dirigente sindacale, sindaco di Bologna ed europarlamentare, non rientri nella nozione di lavoro accolta da Facco. L'argumentum ad personam è un pessimo stratagemma retorico: se anche Cofferati fosse un nullafacente, un parassita, un soggetto socialmente pericoloso dal quale è giusto difendersi, ciò non sarebbe sufficiente a confutare le sue affermazioni in materia di politica fiscale o investimenti pubblici.
3) Leonardo Facco è stato giornalista de La Padania; in seguito si è allontanato dalla Lega denunciandone la deriva partitocratica, rimanendo però visceralmente e integralmente leghista; cura un blog per il Giornale( anche se mi risulta che non sia stato aggiornato di recente); è tra i fondatori del Movimento Libertario di cui è instancabile animatore. In rete sono disponibili i suoi interventi su svariati argomenti che non lasciano alcun dubbio sulla sua appartenenza politica.
Per quale ragione Facco, uomo politicamente impegnato, avverte l'insopprimibile necessità di gettare fango su un uomo dalla condotta inappuntabile come Cofferati? Per quale ragione si accredita come campione dell'antipolitica?
La risposta che azzardo è straordinariamente scontata.
Perché l'antipolitica funziona. La critica alla casta, ai "politici", alla burocrazia e alle tasse che strozzano le imprese, ai servizi pubblici inefficienti e costosi è una moneta spendibile sul mercato politico.
Cofferati naturalmente è il bersaglio ideale per questo genere di polemiche. È
stato al vertice del più importante sindacato italiano dal 1994 al 2002. Se pensiamo che la CGIL, nel corso del ventennio berlusconiano, è stata l'unica organizzazione in grado di mobilitare in maniera quasi compatta il mondo del lavoro, possiamo comprendere le ragioni di tanto livore.
Infine, proviamo a chiederci di quali categorie sociali Facco si erge a portavoce. Anche la risposta a questa domanda, se si dispone di correttezza intellettuale e buon senso, sarà di una spiazzante chiarezza.
domenica 18 agosto 2013
La mia vita per quattro pannocchie
I fatti: un gruppo di teppisti danneggia un campo di mais biotech e strappa qualche piantina. Potrebbe finire qui. Al massimo una colonna nella cronaca locale di un giornale di provincia, sempre che nelle stesse ore e nello stesso luogo non sia accaduto nulla di più grave.Proprio dal sito del movimento apprendo del danneggiamento cui ho fatto riferimento. L'articolo, firmato da Leonardo Facco, Rieccoli, i nazi-comunisti distruggono un campo di Fidenato, non ha niente di giornalisticamente interessante. Vale comunque la pena leggerlo per intero. Non se ne esce arricchiti culturalmente però ci si riesce fare un'idea di cosa sia il libertarianesimo in salsa padana: un' orrenda mistura di classismo e risentimento padronale accompagnata dal basso continuo del radicalismo antifiscale. Non a caso uno degli slogan del movimento libertario è La proprietà è un diritto naturale, le tasse sono un furto. Falsa, o comunque fortemente opinabile, la prima affermazione e, di conseguenza, falsa la seconda.
Sembra di sentire il Roma ladrona di un Bossi d'antan.
I teppisti in questione vengono definiti aborti dell'intelletto e cialtroni subumani. Untermenschen insomma, non proprio animali ma neppure esseri umani a pieno titolo.
Più avanti Facco si esibisce in una tirata contro la classe politica, la casta, colpevole di aver preso delle decisioni che a lui non stanno bene.
"L’azione di questi cialtroni subumani è la diretta conseguenza delle parole di una casta politica irragionevole, retrograda, composta da minus habens scientifici che armano la loro mano con dichiarazioni delinquenziali (In primis la ministra De Girolamo). Sarebbe ora e tempo che la magistratura si occupasse di costoro".Secondo Facco il Parlamento e il Governo in questo istigherebbero a compiere gesti come quello denunciato da Fidenato. Il ragionamento è semplice: poiché la casta manifesta una pregiudiziale avversione verso le biotecnologie si rende mandante dell'atto vandalico di cui è stato oggetto il mais biotech.
La battaglia di Fidenato è più che legittima. Non ho particolari titoli per pronunciarmi in tema di biotecnologie ma non vedo di cattivo occhio la possibilità di coltivare cereali particolarmente resistenti alle basse temperature o che necessitano di una minor quantità d'acqua. In un paese civile, e credo che l'Italia lo sia nonostante Facco, la questione si dovrebbe chiudere. OGM si OGM no? OGM no. Quindi, siccome il Parlamento e il Governo si pronunciano in maniera difforme da quanto auspicato, trasciniamo tutti in giudizio e li chiamiamo a rispondere penalmente delle loro decisioni?
Per avere un'idea di quale becera cultura ispiri le parole di Facco si può guardare questo video, in cui da libero sfogo al provincialismo dell'antipolitica militante.
In questo intervento ad Agorà Facco ci fa dono di alcune prelibatezze. Propone introduzione di una flax tax, dieci per cento secco su tutti i redditi, che archivierebbe il sistema della progressività fiscale; afferma, fra lo stupore generale, che i dipendenti pubblici non pagano tasse; conclude con il pezzo forte del repertorio qualunquista: "Lei Cofferati dovrebbe iniziare a lavorare".
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