sabato 30 marzo 2013

Boicottiamo Auchan

Apprendo che la galleria Auchan di Sassari sarà aperto il giorno di Pasquetta. Completamente desacralizzato il Natale, è il turno delle festività pasquali. Naturalmente, tutti o quasi i dipendenti saranno disposti a lavorare anche il giorno del lunedì dell'Angelo, e molti di loro si dichiareranno persino contenti di farlo, in fondo tra gli obblighi di un commesso vi è quello di essere sorridente e di buonumore. I contratti dei dipendenti della grande distribuzione sono naturalmente iperprecari e il padrone, giusto per chiamare le cose col loro nome, può fare quello che vuole. Non ha neppure bisogno di licenziare. Basta non riassumere chi manifesti il pur tenue dissenso.
Una volta mi è capitato di incontrare una commessa che spiegava ai clienti come funzionava la cassa automatica, quell'orrendo marchingegno che parla con voce metallica e che porterà necessariamente a degli esuberi. Perché pagare una persona quando una macchina può fare molto meglio? Poi la macchina non si lamenta, non si iscrive ai sindacati, non si stanca, non litiga col cliente che ha proverbialmente sempre ragione anche quando ha torto marcio. La macchina non si allontana neppure per andare al cesso e non ha bisogno di ferie né di malattia. Avrei naturalmente dovuto dirle che si stava dando la zappa sui piedi, perché la cassa automatica l'avrebbe licenziata  nel giro di poche settimane.
Invece ho tranquillamente fatto la fila e pagato il mio conto alla cassa tradizionale. Sono più di due anni che ho smesso di frequentare i centri commerciali. Non andarci neppure il giorno di Pasquetta non farà la differenza, né per me né per loro. Però mi piacerebbe sapere che in molti hanno fatto come me. La direzione potrebbe scoprire che aprire il giorno di festa potrebbe essere controproducente.





domenica 17 febbraio 2013

Il voto utile è quello per Rivoluzione Civile






La legge elettorale per la Camera e il Senato è stata pensata in maniera tale che i cittadini siano portarti a preferire le grandi coalizioni a discapito di quelle più piccole. È previsto uno sbarramento del 4 % su base nazionale alla Camera e dell'8% su base regionale al Senato. Le coalizioni che non raggiungono questa soglia rimangono fuori. Consegue che chi aspira ad entrare in Parlamento deve saltare sul carro del vincitore o del secondo arrivato. Oppure i piccoli partiti ideologicamente affini si coalizzano tra di loro e tentano di superare lo sbarramento, che in genere risulta difficile, proprio perché la legge elettorale è stata articolata in maniera tale da punire severamente i non allineati escludendoli dai consessi rappresentativi.
Le due coalizioni più grandi invitano gli elettori a non disperdere il proprio voto: "Se non volete che vinca Bersani ( o Berlusconi) dovete votare per Berlusconi ( o per Bersani)".
Il voto utile ha ragion d'essere solo in un contesto politico in cui i due schieramenti principali condividono un orientamento ideologico di base: i due principali contendenti accettano le regole di base del sistema e si rivolgono alla stessa base elettorale, un po' come avviene in America.
Il voto è sempre utile a qualcuno e pericoloso per qualcun altro. Ad esempio io penso che il voto "utile" sia utilissimo ai ceti sociali che trovano nei due schieramenti principali i loro portavoce e sia pericolosissimo per i lavoratori, precari e non, perché questa  contrapposizione è funzionale a consolidare le posizioni della classe dominante. Il voto "inutile" dato a Rivoluzione Civile, invece, è nocivo ai bancarottieri, agli industriali, al clero, alla finanza, alle Forze Armate( anzi no, forze armate, niente maiuscola onorifica ), ai corrotti e ai collusi con la mafia. 
Dal momento che si sentono minacciati, è comprensibile che cerchino di tenerci fuori dal Parlamento. Sanno che per loro è indifferente che vinca Bersani o Berlusconi. Avranno comunque un occhio di riguardo per loro, giusto per usare un eufemismo.
Noi traiamo forza dal loro ostracismo, perché non è a loro che dobbiamo render conto.



martedì 12 febbraio 2013

Rivoluzione Civile contro il precariato

Precario, dal latino precarius, derivato a sua volta da prex, preghiera. Il dizionario etimologico precisa che precario è quel che è stato ottenuto per preghiera, che si esercita per permissione, per tolleranza altrui; quindi che non dura per sempre, ma quanto vuole il concedente. Per estensione: che ha poca durata, non stabile, temporaneo.
A partire dall'Alto Medioevo il termine precària designa quella terra avuta in concessione temporanea in virtù di una preghiera inoltrata al proprietario del fondo.
Il precariato, quindi, rimanda ad un universo concettuale in cui i rapporti tra gli esseri umani sono demandati all'arbitrio e alla benevolenza di una parte, al capriccio dei potenti, evidentemente in grado di decidere la sorte degli sventurati. Avere o non avere della terra da cui trarre sostentamento, in un mondo dominato dalla scarsità alimentare, segna la differenza tra la vita e la morte. 
Uno dei capovolgimenti lessicali più gettonati in questo periodo porta a considerare la flessibilità come inequivocabile indice di modernizzazione. Le aziende, si sostiene, senza i vincoli e le rigidità contrattuali conosciuti fino alle riforme degli anni Novanta, avranno meno remore ad assumere nuovi dipendenti. Bisogna far violenza alla logica e al buon senso per sostenere che si crea occupazione dando alle imprese la facoltà di licenziare a loro piacimento.
La realtà del precariato, se appena si ha il coraggio di uscire dai salotti liberisti, è cosa ben diversa da quello che i soloni in stile Ichino ci vogliono far credere: se perdi il lavoro, pazienza,  ti rimetti in gioco, come se fosse facile, a cinquant'anni, trenta dei quali passati per esempio a condurre autobus, imparare un nuovo mestiere, pizzaiolo, bioagricoltore, tecnico del suono, organizzatore di eventi mondani, pilota d'aereo. Facile a dirsi, tanto poi son gli altri che si trovano esodati, stanchi e depressi fino al suicidio. 
Essere un lavoratore precario significa dover accettare condizioni sempre più inique, dimenticarsi qualsiasi forma di rivendicazione, lavorare sempre di più fino a che non decidono di cacciarti perché sei diventato inutile e guadagnare sempre meno. Significa che non puoi aderire ad un sindacato, partecipare ad uno sciopero. La politica poi te la devi dimenticare e non puoi contare neppure sulla solidarietà dei tuoi colleghi, in concorrenza con te perché anche loro tengono famiglia e non possono sgarrare.
Rivoluzione Civile, aderendo alle richieste che provengono dal mondo del lavoro, vuole il ripristino integrale dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, il ritorno al contratto collettivo nazionale e una legge sulla democrazia nei luoghi di lavoro. 
Sembra poco. Eppure consentirebbe ai lavoratori di far sentire la loro voce, di non essere trattati come oggetti di cui ci si può disfare quando non servono più.
È una questione di civiltà.
 

domenica 10 febbraio 2013

Un minatore in Senato


                                                   
Luigi Manca di mestiere fa il minatore. È capolista di Rivoluzione Civile per il Senato della Repubblica. Mi fa girare la testa l'idea che possa diventare Senatore, carica un tempo di nomina regia e destinata ai notabili del Regno,  magistrati, alti ufficiali delle forze armate, ministri, arcivescovi e vescovi, ambasciatori...
Lo Statuto Albertino e la legislazione elettorale sono stati concepiti in maniera tale da tenere fuori dalle stanze del potere le classi lavoratrici, di fatto escluse dall'elettorato passivo e attivo.
Anche in epoca repubblicana, nonostante l'introduzione del suffragio universale, l'accesso alle camere legislative era quasi esclusivamente appannaggio dei ceti elevati. Il mondo del lavoro, tuttavia, poteva contare su un grande partito comunista, il più grande del mondo occidentale, capillarmente radicato nel territorio e in grado di portare le istanze della classe lavoratrice dentro le istituzioni.
Col crollo del muro di Berlino e la dissoluzione del PCI è venuta meno anche l'egemonia culturale della sinistra a vantaggio della retorica mercatista e liberista, che ha conosciuto il suo apice nel ventennio berlusconiano e nei governi cosiddetti tecnici. Nel 2008, complice una legge elettorale giustamente apostrofata come porcata, i comunisti sono fuoriusciti dal parlamento. 
Sono certo che Luigi abbia tante cose da dire sul mondo del lavoro, che conosce per esperienza diretta: c'è una differenza di fondo tra un uomo che scende a cinquecento metri sotto terra per mantenere se stesso e la propria famiglia e un professore universitario che in virtù dei suoi titoli accademici si sente in diritto di imporre sacrifici a chi da sempre vive di fatica e sudore, tutti i giorni, rischiando anche di lasciarci la pelle.
Ci piacerebbe che fosse lui, il minatore Luigi Manca, a fare lezione. Non è mai troppo tardi per imparare, neppure per un docente della Bocconi.



domenica 3 febbraio 2013

Le balle di Giovanardi



L'ultima boutade di Carlo Giovanardi:

E' evidente che Ilaria Cucchi sta sfruttando la tragedia del fratello[...]Come succede sempre in Italia su fatti come questi, si costruisce una carriera politica e la sorella e' diventata capolista di un partito. Era evidente che sarebbe finita così[...] Suo fratello è una vittima, era una persona malata, ha tentato più volte di recuperarsi, ha avuto una vita difficile da tossico e spacciatore[...]Tutte le perizie arrivano alla conclusione che non c'è nessuna relazione tra la morte di Cucchi ed eventuali percosse subite. Cucchi era stato ricoverato in ospedale precedentemente 17 volte per percosse, lesioni e fratture subite dai suoi amici spacciatori[...]Tre poveri agenti di custodia sono massacrati da quattro anni perché dappertutto e' stato detto che lui e' stato massacrato di botte e il processo invece sta dimostrando il rovescio, cioè che è morto perché era debole, aveva una serie di patologie. Ha fatto lo sciopero della fame e i medici invece di curarlo l'hanno lasciato morire prendendo per buona la volontà di una persona che non sapeva gestirsi. 
Politica e verità, ci ricordava Hannah Arendt, è difficile che si incontrino. Una menzogna ben confezionata e ripetuta produce risultati migliori  di una verità esposta con scrupolo giornalistico.
A Giovanardi, d'altra parte, non interessano le modeste verità di fatto, ma l'effetto che le sue parole generano sull' elettorato. E i fatti sono piuttosto chiari: un ragazzo viene trovato in possesso di pochi grammi di fumo, fermato e arrestato, muore pochi giorni dopo in ospedale, o perché massacrato di botte o perché non adeguatamente accudito. Colpa sua in ogni caso, almeno stando al parere dei nonpensanti. Se sei drogato peggio per te. Qualsiasi cosa ti accada, il pestaggio il questura o la morte solitaria in ospedale, sarà comunque frutto delle tue scelte sbagliate.

La vicenda di Stefano Cucchi è sovrapponibile a quelle di Federico Aldrovandi,  Giuseppe Uva, Aldo Bianzino e a tante altre di cui da conto  osservatoriorepressione.

In Italia ancora non esiste una norma che punisca la tortura, nonostante le molteplici sollecitazioni di organismi come Amnesty International.

È comunque triste rilevare come le questioni connesse alla giustizia penale in Italia divengano di attualità soltanto quando a finire dentro siano cleptocrati e bancarottieri e rimangano invece confinate nell'indifferenza nel caso in cui i rappresentanti della legge si accaniscono contro i deboli e indifesi. Uno strano garantismo quello italiano che trasforma in eroi i furfanti e le patrie galere in discariche sociali.

Torniamo al polverone elettorale suscitato da Giovanardi. Quella brutta legge che porta il suo nome abolisce la distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti e punisce con pesanti sanzioni amministrative anche il semplice consumo di sostanze stupefacenti. Un provvedimento dalla marcata connotazione  illiberale che pretende di giudicare non ciò che le persone fanno ma quello che le persone sono: un passo indietro di duecento anni abbondanti nella storia del diritto penale.







domenica 27 gennaio 2013

Quando c'ero io

Faccio un mestiere che mi espone al rischio della memoria e del ricordo, che della memoria è la versione più privata e familiare.
Quasi tutte le notti sogno di essere tornato a scuola e di dover sostenere una verifica per la quale non sono naturalmente preparato.
Quando avevo l'età dei miei alunni c'era ancora il muro di Berlino, che divideva il mondo mentale in due parti ben chiare. Bene e male avevano contorni definiti. Quando ero bambino io i comunisti erano cattivi, gli altri, gli uomini timorati di Dio, erano invece i buoni. Il comunismo era la somma e la sintesi di tutti i mali, era esso stesso il Male: i comunisti non credevano in Dio ed erano contro la chiesa. Questo era sufficiente per emettere un giudizio morale  di inappellabile condanna ed era peccato persino più grave dell'odio viscerale che avevano contro i padroni e la proprietà. I comunisti erano sempre e comunque malvagi. Anche Berlinguer era malvagio. 
Quando ero bambino il papa non poteva che essere polacco, parlar male l'italiano, difendere i poveri, aiutare i malati e amare i giovani.
Quel che allora non sapevo, invece, è che lo IOR e il Vaticano erano un crocevia del malaffare finanziario, che un pontefice reazionario e ignorante malediva la teologia della liberazione, duettava con alcuni fra i peggiori dittatori e rilanciava una morale sessuale rigidissima che, in nome della sacralità della vita, rifiutava qualsiasi metodo contraccettivo. L'AIDS intanto infettava milioni di persone e il pianeta si riempiva di esseri umani che non sarebbero riusciti a sfamarsi.
Quando io ero bambino i comunisti a messa non andavano e neppure io, che comunista ancora non ero, ci andavo volentieri. Però per qualche tempo accarezzai l'idea di farmi prete, in modo da lavorare solo un giorno la settimana. Prete oppure presentatore televisivo, come Pippo Baudo, che conduceva Domenica In.
Una volta provai ad ammutinarmi. Non sarei andato a messa perché i preti rubavano i soldi. Avevo presente il momento della cerimonia in cui i fedeli depongono l'obolo per il sostentamento della parrocchia. Nulla sapevo della congrua né dell'otto per mille che l'ha sostituita, però trovavo abbastanza insultante l'idea di dover retribuire qualcuno che non era per niente divertente e che anzi era mortalmente noioso, quasi come Pippo Baudo.







martedì 22 gennaio 2013

Stato batte Evasori uno a zero

Ammettiamo per un attimo che sia vero quello che leggo sui siti libertari che frequento abbastanza spesso, come  questo per esempio. Ammettiamo che Rothbard, Nozick, Von Hayek, Hoppe, Kinsella (cito i primi che mi vengono in mente) e il poliedrico e variamente denominato universo libertarian abbiano ragione e il resto del mondo torto: proprietà e libertà sono intimamente correlate, per cui non si può intaccare l'una senza offendere l'altra; lo Stato, qualunque Stato a prescindere dalla forma storica che assume, una democrazia nordica o una monarchia assoluta islamica fa poca differenza,  è un mostro che dissangua l'individuo; le tasse sono un furto e lo Stato è il borseggiatore.
Se queste premesse sono vere e convincenti, e naturalmente non mi convincono, consegue che ogni libertario che voglia essere coerente debba tenersi lontano da qualunque forma di competizione elettorale, non andando a votare né candidandosi.
Il movimento libertario può, al più svolgere una mera azione di testimonianza oppure fare i pressing sulle forze politiche che di volta in volta ritiene più vicine alle proprie istanze, escludendo sempre, in linea di principio, un proprio impegno diretto, oppure ancora infiltrarsi nei partiti che hanno o si danno una struttura di tipo tradizionale e condizionarne la linea dall'interno.
Il Movimento Libertario di Leonardo Facco ha provato a presentarsi alle prossime elezioni con una lista denominata "Forza Evasori - Stato Ladro", che il Viminale ha naturalmente escluso dalla competizione.
Tra i commenti polemici, oltre a quelli dei diretti interessati, vale la pena  di citare un paio di passaggi tratti dal blog di Carlo Lottieri:
La struttura dello Stato moderno, in Italia come altrove, è intimamente autoritaria poiché poggia su quella nozione di sovranità che non soltanto ha esiti illiberali, ma – come mostra questo episodio – comporta logiche antidemocratiche.
Non c'è  niente di illiberale in una decisione che esclude dalle elezioni un movimento politico che, sin dal nome, si connota per il suo carattere eversivo e istiga ad una condotta illegale. Se dai del ladro a qualcuno, inoltre, è molto probabile che non la prenda bene.
Conclude Lottieri:
quello che emerge con chiarezza è che lo Stato è intimamente anti-giuridico, dato che non accetta e non può accettare di porre gli uomini e le istituzioni su un piano di eguaglianza. Alcuni dispongono della vita di taluni altri: funzionari del ministero, deputati di questo o quel partito cooptati da piccole consorterie, magistrati divenuti tali grazie a un concorso, burocrati di enti parastatali, ecc.
Lo Stato si fonda per definizione su un piano di diseguaglianza fra istituzioni e cittadini, ma non per questo è intimamente antigiuridico, per la semplice ragione che a stabilire cosa è giuridico e cosa non lo è è proprio lo Stato, con una precisazione che a me pare essenziale: in una democrazia le decisioni sono prese dai cittadini attraverso i propri rappresentanti. 
Deputati di questo o quel partito cooptati da piccole consorterie, detto proprio mentre si manifesta la propria simpatia per un partito politico, è un'espressione che starebbe bene in bocca a Grillo e denota un'invincibile fastidio per i corpi intermedi che sono invece una garanzia per la stabilità democratica del Paese. Una democrazia senza partiti non può esistere.
Un'ultima riflessione: mi domandavo cosa propone Lottieri per l'accesso in magistratura, dal momento che il concorso pubblico non è di suo gradimento. L'elezione popolare o la nomina sovrana?


In memoria del professor Todini

     Ho visto il video senza l'audio e mi sono abbandonato ad un commento vigliacco e banale: il dato positivo della faccenda - ho de...