domenica 28 ottobre 2012

Una rima per la Fornero


A marzo scorso, nel corso di un corteo una signora di mezza età esibì una t-shirt con  su scritto "Fornero al cimitero". Ne seguirono un mare di polemiche, non tanto per il messaggio iettatorio quanto perché l'anonima manifestante scambiava due chiacchiere con Oliviero Diliberto.
Elsa Fornero in effetti non fa proprio niente per risultare simpatica e forse non gli importa più di tanto: non deve rendere conto a nessuno se non all'Europa e ai mercati finanziari. A giugno ha affermato che il lavoro non è un diritto e bisogna conquistarselo. Qualche giorno fa ha invitato i giovani a non essere troppo esigenti nella scelta del primo impiego: 
Non devono essere troppo choosy nella scelta del posto di lavoro. Lo dico sempre ai miei studenti: è meglio prendere la prima offerta di lavoro che capita e poi, da dentro, guardarsi intorno, non si può più aspettare il posto di lavoro ideale, bisogna mettersi in gioco. 
Poi ha aggiunto che sarebbe andata avanti, senza farsi intimorire. Intanto però, per evitare altre contestazioni, ha abbandonato il convegno.
Ha dimenticato che adesso fa il ministro, e chi fa politica deve accettare anche i fischi specie quando si usa il proprio scranno per dare profferire sentenze intempestive, e la sua platea non è formata dagli studenti dell'Università di Torino, i quali peraltro non sono un campione rappresentativo del mondo giovanile. 
Vi sarebbe un altro argomento spendibile per togliere in radice credibilità alle sentenze della Fornero: nata a San Carlo Canavese, ha insegnato a Torino, a due passi da casa, in barba al consiglio di lasciare presto la famiglia per andare a cercare fortuna altrove. 
Per cui il Ministro, una donna che  io annovero tra i privilegiati che non hanno un'idea neppur vaga di cosa significhi lavorare, accetti almeno le contestazioni pubbliche, in attesa che si tolga di mezzo e torni ad essere un oscuro professore all'Università di Torino. 



giovedì 25 ottobre 2012

Perché non sono un liberale


Democrazia e libertà spesso sono ricordate in forma endiadica, ma si tratta di un travisamento. La democrazia è infatti un metodo per la formazione della norma, che nulla ci dice circa il contenuto della norma stessa, la quale può essere anche illiberale. Una maggioranza, infatti, attraverso i suoi organi rappresentativi, potrebbe decidere di conculcare alcune o tutte le libertà. Questa precisazione, tuttavia, vale soltanto in via concettuale poiché l'esperienza storica ci suggerisce che le libertà - di pensiero, di religione, di associazione -  trovano terreno fertile laddove vi sia un governo che risponde, direttamente o indirettamente, al corpo elettorale, che trova la sua legittimazione nel consenso che viene dal basso. 
Locke, che può essere considerato un precursore del liberalismo, sostenne l'esistenza di un nucleo inviolabile di diritti, che affondano le loro radici nello jus naturae: vita, libertà e proprietà. Eppure la pretesa lockiana, pur apparentemente così limpida e categorica, ha offerto il destro alle confutazioni che ne sono seguite, specie da parte socialista. È il terzo termine della triade a suscitare le critiche più aspre. Se Proudhon definiva drasticamente la proprietà come un furto, sarà poi Marx a riconoscere che i diritti che i liberali consideravano universali, tra cui frettolosamente si fa rientrare la proprietà, rispondevano alle esigenze della borghesia in un particolare momento storico. La repressione brutale del movimento operaio, del sindacalismo e dell'associazionismo, perpetrati nel corso del lungo Ottocento suona come una conferma della polivalenza, e diciamo pure dell'ambiguità, del termine libertà, e dei fraintendimenti a cui da luogo se associato alla proprietà
I Combination Acts, varati tra il 1799 e il 1800 dal parlamento inglese, vietando e punendo con il carcere lo sciopero e la costituzione di associazioni operaie, rendono evidente la contraddizione fondamentale del liberalismo classico: la libertà economica per potersi esplicare pienamente richiede un duro intervento da parte dello stato-gendarme proprio per contenere il malcontento delle masse lavoratrici ed evitare che la protesta prenda forma politica, che si incanali verso sbocchi rivoluzionari.
Tutto il secolo diciannovesimo, ben prima che il marxismo virasse verso gli esisti del leninismo, è stato dominato dalla paura del socialismo. Lo stato, santificato da Hegel, assunse il ruolo di energico tutore dell'ordine sociale costituito, al punto che le istituzioni statali finiscono per identificarsi con quelle della stessa borghesia.
In questo contesto sono nati e si sono sviluppati tanto il socialismo che i movimenti anarchici: rifiuto del modo di produzione capitalistico e prospettiva di una società senza stato finiscono fatalmente per confondersi nell'utopia antigerarchica ed egualitaria.
Le cose cambiano nel Novecento. Il diritto di voto, cioè la partecipazione di tutti alle decisioni che riguardano tutti, si sgancia dai criteri censitari così cari alla borghesia e si estende a tutti i cittadini adulti. Nel corso del ventesimo secolo la classe lavoratrice compie dei clamorosi passi in avanti in tutto l'Occidente. Lo stato interviene nel gioco economico, abbandonando la  finzione di un mercato in grado di autoregolarsi. La nascita del welfare e la conseguente crescita della spesa pubblica determinano un rovesciamento delle parti in relazione alla concezione dello stato: se questo per tutto l'Ottocento e per buona parte del Novecento era il custode dell' ordine sociale costituito, un ordine nient'affatto naturale, nel secondo dopoguerra lo stato viene visto con ostilità crescente proprio a causa del suo interventismo in materia economica e del correlato prelievo fiscale, fino alle formulazioni estreme, ma coerenti dati i presupposti di partenza, dell'anarcocapitalismo. Negli anni Sessanta Murray Newton Rothbard giunge a perorare la causa di una società priva di tassazione e propone l'instaurazione di un ordine interamente basato sulla proprietà privata e sul libero mercato.
Per evitare che si faccia confusione attorno alla parola libertà e sottrarla agli equivoci cui si presta è opportuno specificare a quale libertà ci si riferisce di volta in volta. Non è quindi fuori luogo riproporre la distinzione operata da Croce tra liberismo e liberalismo: 
Il liberalismo non coincide col cosiddetto liberismo economico, col quale ha avuto bensì concomitanza […], ma sempre in guisa provvisoria e contingente, senza attribuire alla massima lasciar fare e lasciar passare altro valore che empirico, come valida in certe circostanze e non valida in circostanze diverse.
E ancora, ben più esplicitamente:
la difficoltà si scioglie col riconoscere il primato non all’ economico liberismo ma all' etico liberalismo, il   quale […] si muove sì nella stessa linea del liberismo […], ma non può accettare che beni siano soltanto quelli che soddisfano il libito individuale, e ricchezza solo l’ accumulamento dei mezzi a tal fine.
Il liberismo, quindi, non va confuso con il liberalismo. I due concetti, anzi, devono essere tenuti ben distinti: il primo si riferisce alla libertà economica mentre il secondo ha un significato più marcatamente politico e va ad identificare quei sistemi di governo in cui trovano spazio la divisione dei poteri, la proceduralizzazione delle decisione pubbliche, l'assenza di coercizione e il libero confronto tra orientamenti culturali differenti. 


venerdì 14 settembre 2012

Etymologiae

Privatus, etimologicamente, significa tolto, sottratto a qualcuno e assegnato a qualcun altro. Per cui, privatizzare vuol dire togliere, privare qualcuno di qualcosa. Molti perdono qualcosa, un servizio ad esempio, e pochi o uno solo guadagnano, rivendendo ciò che prima i cittadini potevano avere gratuitamente o a prezzo politico.
Abbiamo avuto accesso alla scuola e alla sanità pubbliche. Se non ci possiamo permettere di pagare il medico perché non abbiamo denaro  la mutua provvede per noi. La prestazione medica, mediante la quale si esplica il fondamentale diritto alla salute, non dovrebbe essere  oggetto di contrattazione. Libertà di cura quindi non significa soltanto scegliersi il medico, o avere voce in capitolo circa questo o quel trattamento sanitario. Significa, in maniera ben più pregnante e conformemente all'articolo 32 della Costituzione, avere accesso gratuito alla sanità. E, dal momento che il personale, le strutture sanitarie e i farmaci hanno un costo, è lo Stato che vi provvede attraverso il denaro frutto del prelievo fiscale, improntato nel nostro ordinamento al criterio di progressività di cui al secondo comma dell'articolo 53. Delle due l'una: o si accetta il principio  paga o creppa oppure si sopporta l'imposizione fiscale, finanziando una serie di servizi di cui potenzialmente si potrebbe non usufruire. Discorso analogo può essere fatto per l'istruzione, gratuita e obbligatoria ai sensi dell'articolo 34.
Si obietta in genere che il privato è più efficiente del pubblico. La cosa può anche avere un fondamento ma questo non è un buon motivo per eliminare la sanità pubblica, o la scuola o la previdenza. Ciò che non funziona non va soppresso ma messo in condizione di funzionare.
Poniamo, in ipotesi tutt'altro che peregrina, che venga cancellato il sistema sanitario nazionale. I pazienti saranno costretti a reperire nel mercato le cure di cui necessitano; i medici, in concorrenza fra loro, offriranno i loro servizi, cercando di intercettare gli orientamenti della clientela. Domanda e offerta si incontreranno liberamente sul mercato. Più è grave il male da cui si è afflitti e più si è disposti a pagare. Gli oncologi faranno denaro a palate perché, logica conseguenza di un mercato che non tollera interferenze, sarà abolito l'ordine dei medici e quindi non vi sarà limite alla rapacità umana, non disposta a fermarsi neppure davanti al letto di un moribondo. Il medico si muoverà come un qualsiasi imprenditore, cercando di massimizzare il proprio utile. I ricchi - che saranno sempre più ricchi perché la privatizzazione della sanità determinerà un significativo alleggerimento della pressione fiscale - potranno avere prestazioni sanitarie di primo livello, i meno ricchi dovranno accontentarsi di cure dignitose e così via fino ad arrivare ai nullatenenti, che spereranno solo nel buon cuore del prossimo. Nulla di rivoluzionario in questo. In Italia solo nel tardo Ottocento i pubblici poteri iniziano ad occuparsi della salute dei sudditi; bisognerà attendere il 1946 per sancire la costituzionalizzazione dei diritti sociali, fra cui rientra naturalmente quello alla salute. 
Poiché è all'America che guardano i liberisti, le destre e buona parte della sinistra, sarà appena il caso di ricordare che Obama rischia di non essere riconfermato alla Casa Bianca proprio perché la sua riforma sanitaria, che gli ha fatto guadagnare l'accusa temeraria di socialismo, si è scontrata con gli interessi colossali delle compagnie assicurative.
Peter Sloterdijk in La mano che prende la mano che dà ha ipotizzato la trasformazione del prelievo fiscale da atto coercitivo in gesto donativo che le classi agiate compiranno volontariamente a favore dei settori più svantaggiati della società. In questo modo, da una parte si ridurrebbe la pressione fiscale fino ad estinguersi, dall'altra si favorirebbe il processo di emancipazione dell'individuo nei confronti dello Stato. 
La proposta di Sloterdijk comporta l'estinzione del welfare state, direi anzi che a questo mira, ed è sufficiente una lettura in buona fede per comprendere l'assetto di interessi sotteso all'etica del dono.
Non possiamo escludere che sul lunghissimo periodo un sistema di volontarie interazioni possa raggiungere un livello ottimale di efficienza, generando benessere diffuso e innalzando le condizioni materiali di esistenza di quei soggetti che oggi devono ricorrere alla mano pubblica per ottenere quei beni e servizi che non possono reperire sul libero mercato. In quest'ottica è quindi ragionevole che i meno abbienti possano essere oggi privati di un'utilità per  riaverla dopodomani maggiorata degli interessi. 
Sarò pure in mala fede, ma ho il sospetto che la solidarietà intergenerazionale sia una patetica foglia di fico.  
La smania delle privatizzazioni e il radicalismo antifiscale, anche quando condotti in nome della libertà e contro lo stato elefantiaco e grassatore, sono  il cavallo di battaglia della borghesia transnazionale. La sinistra chiede soltanto che sulla questione di classe si prenda posizione esplicita, senza trincerarsi dietro la parola libertà. Non ci vuole poi così tanto: è sufficiente chiamare le cose con il loro nome.

giovedì 6 settembre 2012

Fermare il Giannino

Diffidate di chi vuole andare oltre la destra e la sinistra. Guardatevi da chi predica che destra e sinistra sono uguali. State attenti a all'obbiettività e  ai salvatori della patria che dicono di volere solo il bene del paese, superando gli steccati e le contrapposizioni ideologiche.  E tenetevi lontano da chi scopre la politica in tarda età e decide di dare il proprio contributo alla rinascita del paese.
Dietro l' ostentato superamento dei concetti di destra e sinistra, si cela la peggiore politica di destra che si possa immaginare. 
In tempi di crisi economica come quello che stiamo attraversando è facile che si facciano avanti personaggi fantasiosi e folcloristici ed è statisticamente probabile che la classe dominante cerchi di riciclarsi impadronendosi delle parole d'ordine proprie dell'antipolitica. 
Anche oggi, conformemente alla tradizione, l'Italia può esibire i suoi aspiranti statisti, tra cui si possono menzionare Emilio Fede, distintosi nell'ultimo ventennio per il suo smodato servilismo, Giulio Tremonti, più volte ministro durante l'era Berlusconi, che non esclude di fondare un partito tutto suo, Beppe Grillo, che col suo Movimento Cinque Stelle ha ottenuto preoccupanti risultati alle amministrative del 2011 del 2012.
Paradossalmente la crisi del sistema partitico sta determinando il moltiplicarsi di partiti e partitini, ciascuno con la sua ricetta infallibile per salvare la  nazione dal dissesto.
Fra le proposte politiche merita qualche attenzione particolare il manifesto fermare il declino, a metà strada tra pensatoio e partito politico. I firmatari articolano il loro appello in dieci proposteÈ sufficiente una lettura neanche troppo approfondita per comprendere che si tratta di un progetto politico di chiara impronta liberista. Liberalizzazioni, concorrenza, competitività, meritocrazia, privatizzazioni, taglio della spesa pubblica: queste, in sintesi estrema, le parole d'ordine dei fermadeclinisti. Leggendo il documento che accompagna la nascita del movimento parrebbe che il mondo venga fuori da da una serie di piani quinquennali e non da un trentennio abbondante di politiche liberiste, di cui, al più, può costituire un tentativo legittimazione in corso d'opera. 
Non è necessario molto acume politico per comprendere a chi giovi la svolta mercatista in atto. Scorriamo l'elenco dei promotori iniziali: nessuno di essi ha agganci con il movimento dei lavoratori, col socialismo e neppure con la più tenue socialdemocrazia. La professione che ricorre maggiormente tra gli aderenti è quella di imprenditore. Un altro mondo, totalmente altro a quello del lavoro a cui è anzi strutturalmente contrapposto.
Fermare il declino, quindi, è latore di una precisa proposta politica, perfettamente legittima naturalmente, una proposta marcatamente di destra tuttavia, che ha i suoi ceti di riferimento e il suo retroterra culturale. Come tale il movimento deve essere preso in considerazione e, per quanto è nelle nostre forze, fermato.

martedì 21 agosto 2012

Proustianamente...

Come tutti i marxisti sono disorientato, privo di un lessico e di un'iconografia di riferimento. Negli ultimi anni abbiamo visto la lotta di classe assumere forme totalmente inconsuete; ci siamo quasi abituati a vedere operai inerpicarsi sulle ciminiere e occupare isole deserte, medici specializzandi visitare gratis i passanti e insegnanti intraprendere  lo sciopero della fame per protesta contro i taglia alla scuola. Gli scioperi e le grandi manifestazioni di piazza non bucano più lo schermo. Sono fuori moda, non hanno appeal, souvenir del Novecento antiquati e incomprensibili come il sistema concettuale della sinistra radicale, come le spilline dell'Armata Rossa in svendita nei mercatini.  Molto meglio incatenarsi alla fabbrica in dismissione o percorrere la Sardegna a piedi: qualcuno prima o poi si accorgerà di te e se sei fotogenico forse riuscirai a farti intervistare dalla televisione locale.
L'ultimo trentennio si è caratterizzato per una straordinaria controffensiva della borghesia, che ha riguadagnato quasi tutto il terreno perduto nel secondo dopoguerra. La sua vittoria più importante è stata la negazione del conflitto e delle stesse classi sociali. Se solo l'individuo esiste, pensa e agisce, allora non ha senso neppure parlare di rivendicazioni collettive; al più si possono riconoscere istanze settoriali, a patto comunque di non ricondurle allo schema antagonistico capitale contro lavoro.
Alcuni giorni fa a Marikana, in Sudafrica, nel corso di una manifestazione operaia indetta per chiedere un aumento salariale sono stai uccisi 34 minatori. La polizia apre il fuoco per difendersi dai manifestanti armati di bastoni e machete.
I conti tornano: una manifestazione di piazza determinata da condizioni di sfruttamento disumane, i lacrimogeni, gli spari, i morti. Bisogna tornare ai primi anni del secolo passato per ricordare una sequenza di eventi così disastrosa nei suoi esiti. Anche il motivo della protesta è quello più tradizionale, una rivendicazione salariale; i protagonisti dei fatti sono minatori, una categoria sempre più ignota alle cronache, giornalisticamente poco interessante. Il luogo, il Sud del Sud del Mondo, ha una portata simbolica enorme.
I fatti di Marikana, proustianamente, ci riportano all'infanzia del movimento operaio, quando le dinamiche tra classi sociali erano definite dall'insopprimibile conflitto fra capitale e lavoro. E forse è proprio dalla nostra infanzia che bisogna ripartire per trovare un linguaggio condiviso a quella sinistra che si ostina a non accettare questo mondo come il migliore dei mondi possibili.  

martedì 14 agosto 2012

Attenti a quei due

Proprio mentre apprendo che la spending review decurterà i tribunali sardi di ben sette sezioni staccate, mi imbatto nell'editoriale di Alesina e Giavazzi, I compromessi che non servono. Il pulpito è sempre lo stesso, le colonne del Corriere della Sera; il linguaggio è semplice e i toni ultimativi; il contenuto non riserva nessuna sorpresa e si risolve in un'intimazione a perseverare nei tagli alla spesa pubblica, intimazione rivolta non a Monti, che se la cava benissimo anche senza i sermoni del Corrierone, ma ai partiti che sostengono il suo governo, caso mai dovessero avere una crisi di coscienza o magari ricordarsi che il prossimo anno si va ad elezioni politiche.
Ad urtare non è tanto la linea politica di Giavazzi e Alesina, quanto la pretesa oggettività dei loro assunti, il tono saccente e professorale di chi ha capito tutto e vuole dispensare le sue conoscenze al popolo bue che invece non capisce niente. 
Esiste un serio problema di debito pubblico e di economia che non cresce. Ma davvero? Pensavamo di essere in pieno boom economico. La ricetta per far ripartire l'economia è naturalmente una sola, senza spazio per la mediazione politica: taglio della spesa pubblica. Dal momento che i soloni di via Solferino non sono disposti a mettere in discussione le grandi opere, costose e inutili, né le commesse militari, sembra di capire che si debba continuare ad infierire con diabolica perseveranza su scuola, sanità, previdenza, giustizia. Giavazzi e Alesina riconoscono che il governo Monti ha già fatto tanto ma ancora non basta. Siamo ad un bivio. I compromessi gradualisti non bastano più. L'Italia si può ancora salvare dal default solo con privatizzazioni, riforma del mercato del lavoro, seppellimento dello stato sociale.
Chi invoca sacrifici in nome di un non meglio precisato radioso domani pretende, anzi sa, che non pagherà in prima persona. Posizione di comodo quella di chi vuol presentare il conto agli altri. Se gli altri sono quelli che hanno meno perché hanno già dato, allora un simile atteggiamento è anche censurabile sotto il profilo etico-politico. 
Giavazzi e Alesina fanno appello agli interessi dei nostri figli. Ovviamente è lecito domandarsi quale estensione abbia l'aggettivo possessivo nostri. Dubito fortemente che gli interessi dei loro figli coincidano alla perfezione con gli interessi dei nostri figli. In ogni caso facciamo finta di fidarci. Quando si lagneranno perché dovranno alzarsi un'ora prima degli altri per andare a scuola, perché se si ammalano son cavoli loro, perché hanno le scarpe sempre più consumate, perché ci sono meno soldi a casa, perché babbo è stato esodato, allora proveremo a spiegare che adesso fa un male cane ma è tutto per il loro bene.  

martedì 7 agosto 2012

Hoppe e la democrazia

Forte delle osservazioni di Pierre Bayard, di cui sono venuto a conoscenza in maniera indiretta, provo a fare qualche considerazione sul libro di Hoppe, Democrazia: il dio che ha fallito (Liberilibri, 2008), dopo averne letto la recensione su libertarianation
Allievo di Murray Rothbard, Hans Mermann Hoppe è un esponente di primo piano della galassia libertarian.  
In Democrazia: il dio che ha fallito mette a confronto due sistemi di governo, la monarchia ereditaria e la democrazia, manifestando le proprie preferenze per la prima, pur considerandola in ogni caso imperfetta. Gli argomenti addotti da Hoppe sono principalmente due, la maggior efficienza della monarchia e un più marcato rispetto per la proprietà privata. Tanto la monarchia quanto la democrazia, questa la tesi fondamentale che si sostiene nel libro, sono parassitarie, tuttavia il monarca ha tutto l'interesse a limitare lo sfruttamento dei sudditi: Il proprietario di un governo privato cercherà inevitabilmente di massimizzare la sua ricchezza totale; per esempio il valore attuale della sua proprietà e dei suoi profitti attuali. […] là dove niente è stato prima prodotto, niente può essere espropriato; e dove tutto è espropriato, tutta la futura produzione arriverà alla sua fine. Come risultato di questo il proprietario di un governo privato eviterà di sfruttare i suoi sudditi così pesantemente, per esempio riducendo i suoi potenziali guadagni futuri a tal punto che il suo attuale valore della sua proprietà possa davvero crollare. Invece, per poter preservare o possibilmente aumentare il valore della sua proprietà personale si tratterrà sistematicamente da politiche di sfruttamento. Perché più basso è lo sfruttamento più produttiva sarà la popolazione di sudditi e più produttiva la popolazione più alto sarà il valore del monopolio di espropriazione del padrone. Utilizzerà il suo privilegio monopolistico, ovviamente. Lui sfrutterà. Ma come il proprietario del governo privato è nel suo interesse prelevare parassiticamente sulla crescente produttività della prosperosa economia non governativa perché questo aumenterà senza alcuna fatica la sua ricchezza e prosperità. […]

Il custode provvisorio di un governo, al contrario, cercherà di massimizzare non la ricchezza totale del governo ma il profitto attuale. Infatti anche se il custode vorrebbe in maniera diversa non potrebbe. Invece di mantenere la proprietà del governo, come un proprietario privato farebbe, un custode provvisorio del governo userà velocemente più risorse del governo che può, perché per ciò che non consuma adesso, non riuscirà mai a consumare in futuro. […] Per un custode, al contrario di un proprietario privato, la moderazione ha solo svantaggi e nessun vantaggio.”

La monarchia sarebbe meglio della democrazia in quanto il monarca, proprietario dello stato che sarà trasmesso in eredità, ha tutto l'interesse a conservare i fattori produttivi, contenendo ad esempio il prelievo fiscale. Il semplice amministratore, al contrario, tenderà ad incrementare i profitti attuali senza curarsi troppo del futuro, del tempo cioè in cui sarà cessato dalla carica. Tutto questo sul presupposto, evidentemente da dimostrare, che il sovrano - proprietario faccia sempre scelte tecnicamente corrette sotto il profilo finanziario. 

Se pure la monarchia dovesse essere più efficiente della democrazia, ciò non sarebbe di per se bastante per ritenere che essa sia il meno peggio tra tutti i sistemi di governo. L'efficienza, da sola, non basta. Il nazionalsocialismo fu efficientissimo. Funzionava alla perfezione. Schiere di funzionari competenti e ligi al dovere hanno condotto al forno sei milioni di esseri umani. La schiavitù è il più efficiente tra i modi di produzione, e lo è proprio perché uno solo decide per molti, contro la loro volontà e il loro interesse, badando in maniera esclusiva al proprio utile.

Il recensore conclude affermando che Forse la crisi che stiamo sperimentando è il risultato di un ciclo naturale di questo sistema e poi, in maniera perentoria, quello che Hoppe e la logica ci dicono è che forse il debito pubblico è una caratteristica squisitamente intrinseca della democrazia e che quest’ultima è destinata a fallire o a trasformarsi in qualcos'altro.

Il libro di Hoppe ci induce a riflettere sullo stato di salute delle democrazie moderne.  Considerare la democrazia rappresentativa come la causa della crisi economica che sta attanagliando la parte più sazia dell'umanità è nient'altro che un misero espediente demagogico che serve a dare una parvenza di legittimità etico-politica alle teorie economiche del pensiero unico dominante.



In memoria del professor Todini

     Ho visto il video senza l'audio e mi sono abbandonato ad un commento vigliacco e banale: il dato positivo della faccenda - ho de...