martedì 12 giugno 2012

Contro la flessibilità

La flessibilità totale, poter disporre a proprio piacimento della forza lavoro senza dover rispondere se non al proprio tornaconto, non è il sogno di ogni padrone, né l'inequivocabile indizio della modernità globalizzata. I vecchi ricordano che fino agli anni cinquanta del secolo passato nella piazza principale del paese, tutte le mattine, si radunava la piccola folla dei disoccupati: aspettavano i proprietari terrieri del luogo, sos printzipales, meres, possidentes, così vengono chiamati dalle mie parti, e qualcuno di loro, non tutti certo, avrebbe avuto la sua giornata lavorativa. 
La legge della domanda e dell'offerta funzionava alla perfezione, senza le indebite intromissioni del potere pubblico né le pressioni dei sindacati. Tra più operatori in libera concorrenza tra di loro riusciva a spuntarla chi offriva la merce migliore o praticava prezzi più competitivi. 
Se hai necessità di mettere assieme pranzo e cena e disponi soltanto di un paio di braccia, devi accontentarti e possibilmente essere riconoscente con chi ti da il lavoro. Non devi avere grilli per la testa. La politica te la devi scordare. 
Fornero non innova niente. La sua flessibilità è nient'altro che il ritorno ad un passato in cui i ruoli e le gerarchie sociali erano definiti con precisione: il padrone era il padrone e faceva quel che gli conveniva, trattando i braccianti come una delle tante variabili del processo produttivo, di cui si può fare ciò che si vuole, come un somaro o un sacco di patate.

domenica 10 giugno 2012

Della meritocrazia e dei meritomani

Il concetto di meritocrazia indica un tipo di società in cui gli incarichi di responsabilità sono attribuiti esclusivamente in base a criteri di merito. Di conseguenza, il meritocrate è colui che di quel sistema di organizzazione dei rapporti sociali si fa fautore e promotore.
Chi vuole una società meritocratica si ritiene esso stesso meritevole? Sa di non essere migliore degli altri ma è sinceramente convinto che se i più bravi vengono adeguatamente incentivati tutti, lui compreso, ci guadagnano qualcosa?
A seconda dei casi il meritocrate si scaglia a testa bassa contro la gerontocrazia, le baronie universitarie, gli ordini professionali, i partiti politici e i sindacati, bersaglio privilegiato del suo livore antiegualitario travestito da vocazione riformatrice.
Il meritomane, ad esempio, vuole l'abolizione degli ordini professionali in modo che i giovani abbiano delle possibilità in più di inserirsi nel mondo del lavoro. Non sostenendo un esame di abilitazione in cui si dovrà essere valutati da membri della corporazione, i neolaureati potranno più facilmente accedere alla professione. Sarà poi il mercato a decidere chi può continuare a lavorare e chi dovrà chiudere bottega.
Accade spesso che gli aspiranti ingegneri, avvocati e commercialisti mantengano fermi i propri convincimenti meritocratici fino al momento in cui supera l'esame che consente l'esercizio della professione.
Un altro esempio: introdurre elementi di meritocrazia tra gli insegnanti determina l'innalzamento complessivo dei risultati scolastici. Se i docenti sono in competizione tra loro saranno motivati a lavorare meglio. Anziché lo stipendio fisso, determinato da un contratto collettivo nazionale, è preferibile essere retribuiti sulla base delle proprie reali competenze.
Il criterio meritocratico sarà la base per gli avanzamenti di carriera anche nelle pubbliche amministrazioni.
La meritocrazia raccoglie facilmente consensi: è facile volersi sentire migliori degli altri, non adeguatamente valorizzati, vittime di non si sa quale congiura livellatrice, deprezzati dai colleghi invidiosi, esclusi dai posti che contano perché sprovvisti di adeguate coperture politiche.
Per contro, chi mette in discussione la bontà del sistema meritocratico sarà apostrofato come invidioso, incitatore dell'ozio, propagatore di idee nefaste.


giovedì 7 giugno 2012

Pedagogia della liberazione

Propongo un passaggio tratto dal libro di Freire, Pedagogia degli oppressi:


Per gli oppressori umanizzare è sovvertire, non capiscono che è un "essere di più". Avere di più, con esclusività, non sembra loro un privilegio disumanizzante e inautentico per loro stessi e per gli altri, ma un diritto intoccabile. Diritto che <<hanno conquistato con il loro sforzo, con il loro coraggio di rischiare>>...Se gli altri, "questi invidiosi"...non possiedono, è perché sono incapaci e pigri, e a ciò si aggiunga l'ingratitudine ingiustificabile verso i "gesti generosi". Così gli oppressi, perché sono "ingrati e invidiosi", sono visti sempre come nemici potenziali, da tenere d'occhio e da vigilare. Non potrebbe non essere così. Se l'umanizzazione degli oppressi è sovversione, la loro libertà anche lo è. Di qui la necessità di un controllo permanente. E quanto più gli oppressi vengono controllati, tanto più sono trasformati in "cose", in qualcosa di simile a essere inanimati.



martedì 5 giugno 2012

Che noia la scuola del merito

Mentre sono intento nella lettura dello stupendo libro di Paulo Freire, Pedagogia degli oppressi, apprendo che domani approderà in Consiglio dei ministri l'ennesima, temo inutile, riforma della scuola e dell'università, recante Misure per la valorizzazione dei capaci, dei meritevoli e della responsabilità educativa e sociale nei settori dell’istruzione, dell’università e dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica.
La meritocrazia, parola vuota che non vuol dire niente e che quindi può essere usata da tutti con disinvoltura, ha fatto braccia nella scuola. Si arriverà persino a premiare lo studente dell'anno. Secondo la solita litania ripetuta fino alla nausea, gli incentivi agli studenti più bravi dovrebbero favorire un innalzamento complessivo della qualità dell'istruzione. Rimangono in piedi, amplificate anzi, tutte le riserve che ho espresso qualche giorno fa a proposito della meritocrazia quale criterio da utilizzare per gli avanzamenti di carriera in ambito lavorativo.  Chi ha diritto di stabilire quali sono i soggetti più meritevoli? Come e da chi vengono fissati i criteri di merito?
I premi e le punizioni presuppongono un'idea gerarchica della scuola, in cui il  capo esercita il diritto di decidere sul futuro dei sottoposti. Una concezione del sapere che ritengo francamente superata. I ragazzi non sono dei contenitori di nozioni e le aule non sono dei campi di battaglia dove affrontarsi per guadagnarsi le medaglie al valore da appuntare sul vestito della festa. 
Si continua ad ignorare che la scuola è anche il luogo dove avviene una buona parte della maturazione affettiva degli adolescenti. Mettere in competizione gli studenti fra di loro avrà ha effetti psicologici devastanti. Non saranno premiati i più intelligenti, ma quelli che risponderanno in maniera corretta al maggior numero di domande a risposta chiusa, disincentivando quindi la ricerca di soluzioni originali e scoraggiando l'acquisizione di strumenti critici.

Fromm

"Mentre la vita è caratterizzata dalla crescita in modo strutturato, funzionale, la persona necrofila ama tutto ciò che non cresce, tutto ciò che è meccanico. La persona necrofila è spinta dal desiderio di trasformare l'organico in inorganico, di accostarsi alla vita meccanicamente, come se tutte le persone viventi fossero cose. Tutti i processi viventi, i sentimenti e i pensieri vengono trasformati in cose. La memoria più che l'esperienza; avere più che essere: questo conta. Il necrofilo può entrare in contatto con un oggetto, un fiore o una persona, solo se lo possiede; se perde uno dei suoi beni, perde il contatto col mondo" Erich Fromm

domenica 3 giugno 2012

Fondamentalismi

"Né ai tempi di Hobbes, né prima né dopo, le Scritture chiamate sacre sono state in grado di dire le numerose cose che molti avrebbero voluto( e vorrebbero) sapere da loro: perché non possono dirlo, perchè dirlo non fa parte della loro essenza, perché non lo sanno. Tuttavia, nella storia delle tre religioni, problemi come quelli sollevati da Hobbes non devono aver mai destato soverchie preoccupazioni. Quando i teologi si sono lasciati trascinare a discuterne, i loro sforzi sono culminati null'altro che in pseudodimostrazioni del carattere rivelato(e cioè ispirato da Dio) dei testi di fondazione della religione cui appartenevano - dimostrazioni, in ogni caso, rimaste confinate ai manuali di introduzione alle scritture sacre, a uso pressoché esclusivo di quei futuri teologi già perfettamente convinti che quelle certe scritture fossero rivelate". Ugo Bonanate, Il dio degli altri, Bollati Boringhieri, 1997.

sabato 2 giugno 2012

Extravagantes sulla storia del lavoro/2

Terminata la scuola media, si pone per i ragazzi la questione della scelta di cosa frequentare nei cinque anni successivi; per alcuni di loro il problema neppure si pone: abbandonano subito. 
Quando presi io la licenza media, nella scheda finale di valutazione era presente un apposito spazio dove gli insegnanti consigliavano la scuola da frequentare in base alle attitudini. In ordine gerarchico: licei, istituti tecnici, professionali. Chi ha voglia di studiare, o chi è più bravo, andrà al liceo, gli altri dovranno accontentarsi di un istituto tecnico o cercarsi un lavoro. Una classifica stabilita in base al merito, in cui al vertice si trovano i rampolli della classe dominante, destinati al mondo delle professioni, e alla base i figli dei poveri (ho avuto un po' di remore ad usare questa parola così demodé, ma perché non chiamare le cose con il loro nome?), che dovranno accontentarsi di un impiego o trovarsi un lavoro. Ai miei tempi la terza media era più che sufficiente per fare il servo pastore o il manovale. Passava questo messaggio: se sei bravo, se studi, non dovrai lavorare, altrimenti, è peggio per te. Accade con frequenza statisticamente rilevante che ad aver voglia di studiare, ad essere più portati siano i ricchi. I poveri risultano pelandroni, svogliati e quando, diventati grandi, proveranno ad alzare la testa, i loro antichi compagni di scuola ricorderanno loro con la voce stridula da primi della classe che hanno scelto liberamente. Ma siamo certi che quella scelta sia stata veramente libera?  Chi è pressato dalle necessità economiche non ha tempo da perdere con il latino e il greco. La sua famiglia non potrà pagargli comunque l'università, per cui è bene che si metta da subito il cuore in pace. Molto probabilmente se un ragazzo non ha alle spalle una famiglia con delle possibilità economiche, deciderà di frequentare un istituto tecnico, quasi certamente rinunciando in partenza agli studi universitari, che gli dia, così si cerca di fargli credere, la possibilità di trovarsi subito un lavoro. Che si trovi disoccupato, cosa molto probabile, oppure che svolga un mestiere o che abbia un impiego le cose non cambiano di molto, perché ad avere la meglio nella scala sociale, a ricoprire cioè i posti di responsabilità e di potere,  saranno comunque i ragazzi che hanno deciso di non lavorare, ma di proseguire gli studi. Chi fa un lavoro manuale è meno ricco di chi, avendo studiato, svolge una professione. Poiché la classe dominante è molto attenta a mantenere i propri privilegi di casta, farà in modo che la scuola non funzioni come veicolo di promozione sociale. Da qui passa il moltiplicarsi degli istituti tecnici e il discredito per gli studi umanistici, che non servono a niente. Ed è vero che non servono a niente, nel senso che non insegnano a fare alcunché. Proprio per questo motivo le arti liberali sono tradizionalmente destinate a chi, libero dalla necessità di dover lavorare, può dedicarsi alle attività prettamente intellettuali. 
Una volta un'insegnante della scuola superiore, nel commentare la libera scelta di abbandonare gli studi disse: "non c'è niente di male, il lavoro non ha mai ucciso nessuno". È rimasta di questo parere finché la dispersione scolastica riguardava i propri alunni; ha cambiato idea soltanto quando suo figlio ha deciso di andare a bottega da un meccanico.

In memoria del professor Todini

     Ho visto il video senza l'audio e mi sono abbandonato ad un commento vigliacco e banale: il dato positivo della faccenda - ho de...