martedì 18 giugno 2013

Per la scuola pubblica/2

Nel post precedente ho cercato di comprendere una delle ragioni che spingono alcuni commentatori a pronunciare giudizi tanto drastici sulla scuola pubblica: il peccato imperdonabile è stato proprio la sua dimensione di massa, la possibilità di accedervi riconosciuta anche a chi non avrebbe potuto pagare le proibitive rette degli istituti privati e i costi accessori quali l'acquisto dei libri, il trasporto e il soggiorno nelle città universitarie. Per giunta - si sostiene - la scuola per i poveri viene pagata dai soldi dei ricchi attraverso la fiscalità generale. Soldi spesi male perché la scuola pubblica non funziona e sforna ignoranti. Su questi consunti stereotipi esiste una sitografia pressoché sterminata.

Fra i fautori del privato molti sono i sostenitori del sistema buono - scuola. Si tratta a tutti gli effetti di una forma di finanziamento, che va ad urtare in maniera netta contro l'interdetto posto dall'articolo 33 della Costituzione il quale consente ai privati di istituire enti con finalità educative, a patto che questo avvenga senza l'esborso di denaro pubblico. Al di là del dato giuridico, che sarebbe da solo sufficiente a chiudere la discussione, dobbiamo pure considerare l'assurda pretesa che lo Stato finanzi se stesso e i propri concorrenti. A questo punto, seguendo la medesima logica, dovremmo prevedere un buono sanità, un buono previdenza e magari anche un buono sicurezza, col quale retribuire le società di vigilanza che custodiranno la nostra incolumità o un buono giustizia da utilizzare nel caso avessimo bisogno di adire un collegio arbitrale.

L'argomento che fa leva sul rapporto costi/benefici non è tuttavia esaustivo. Serpeggia infatti il timore, presso gli ambienti clericali ma non solo, che la scuola possa essere veicolo di valori in contrasto con quelli trasmessi dalla famiglia. Berlusconi si è fatto più volte portavoce di queste paure, arrivando a sostenere che la scuola privata consente di sottrarre i ragazzi all'influenza dei professori di sinistra. Più sfumata la posizione di Bagnasco, che parla di un sistema di istruzione pubblico in cui, oltre allo Stato, operino anche altri enti con pari dignità e riconoscimento. Sarà appena il caso di ricordare che la scuola privata in Italia, è in gran parte confessionale.
Ora, se è vero, almeno fino ad un certo punto, che i genitori hanno il diritto di educare i figli secondo il proprio orientamento culturale, è quantomeno  dubbio che tale diritto debba essere pagato con il denaro pubblico.

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