venerdì 9 marzo 2012

Toxic teachers

L’articolo di Andrea Ichino pubblicato dal Sole 24 Ore in data 13 settembre 2011 e riproposto dal sito www.pietroichino.it riprende il consueto campionario di luoghi comuni sulla scuola italiana, riconducibili allo stereotipo dell’insegnante sfaccendato, incompetente e per giunta non licenziabile.
La scarsa o nulla competenza che Ichino può vantare in materia lo porta a dire che per la scuola ci vorrebbe una seria agenzia di rating che smascherasse e rimuovesse gli insegnanti “toxic”, contrapposti ai safe teachers, secondo una manichea giustapposizione tra buoni, da premiare con incentivi economici e avanzamenti di carriera, e cattivi, da allontanare per evitare che facciano troppi danni, un po’ come si faceva con gli eretici e gli appestati.
Il modello sociale che Ichino fa proprio, e che vorrebbe applicato integralmente anche alla scuola, è quello della compezione fra soggetti  dotati astrattamente delle stesse possibilità di riuscita, volta a far emergere i migliori, ignorando la sorte di tutti gli altri.
La scuola italiana, rileva Ichino  non cerca più di assumere i migliori neolaureati ma pesca nelle graduatorie di coloro che, dopo aver ottenuto un’abilitazione anche in tempi remoti e nei modi più strani, hanno preferito sottoporsi a una lunga gavetta in attesa di un mal pagato posto fisso, piuttosto che tentare altre strade professionali. L’articolo prosegue con una chiara esemplificazione:
               Mettiamoci nei panni di un brillante neolaureato in fisica. Ci sottoporremmo alla trafila necessaria per andare a insegnare oggi come precari in un liceo?Molto probabilmente no, a meno di essere ispirati da un’eccezionale volontà. Mettiamoci invece nei panni di un mediocre laureato senza prospettive: la ragionevole certezza di essere prima o poi stabilizzati in un lavoro che si può anche fare male senza essere licenziati e che paga uno stipendio per poche ore obbligatorie di prestazione diventa una prospettiva molto appetibile.
Incassiamo anche questo. Ricordiamo però che all’insegnamento si accede attraverso un concorso, esattamente come avviene, di norma, per tutto il pubblico impiego. Ho sufficiente esperienza in materia per sapere che i concorsi sono strutturati in maniera tale da garantire un sufficiente grado di imparzialità. Si potrebbe, parrebbe suggerire Ichino, optare per il sistema della chiamata diretta da parte dei dirigenti scolastici. Verrebbero in questo modo premiati i più bravi, che possono far valere sul mercato le proprie competenze, riuscendo a strappare condizioni contrattuali migliori dei propri concorrenti. Va da se che a spuntarla non saranno i più capaci ma chi offre di più e chiede di meno.
Poiché i dirigenti, in regime di autonomia, stanno particolarmente attenti a far quadrare i conti, faranno ricadere la scelta su chi non ha particolari pretese economiche, oppure tenteranno un bilanciamento tra insegnanti cari ma bravi e somari a basso costo, oppure ancora si accontenteranno di un corpo docente mediante valido ma non ottimo, che offra le proprie prestazioni economiche a costi ragionevoli ma senza svendersi troppo. Bisognerà insomma allestire una squadra decorosa, cercando di farsi bastare i soldi, che serviranno a coprire tutte le cattedre su tutte le classi; per cui non è ragionevole far follie per accaparrarsi il miglior insegnante di matematica e fisica. Ci sono anche italiano, latino, storia, geografia, biologia… Se si spende troppo per matematica bisognerà poi accontentarsi di un mediocre latinista, di un passabile biologo e di qualche pessimo elemento nelle materie a torto o ragione ritenute meno importanti. Sarà poi tutto da dimostrare che un laureato con il massimo dei voti sia anche un buon insegnante. Si può essere preparatissimi e non trasmettere le proprie conoscenze, suscitare entusiasmo, stimolare il desiderio di sapere: essere cioè un toxic teacher a dispetto del proprio curriculum universitario.
Nell’insegnante le competenze tecniche sulle discipline devono unirsi a quelle affettive e relazionali. Puoi essere bravo quanto vuoi, ma se il ragazzo ha deciso che la fisica è noiosa (e magari non ha tutti i torti) non ci sono titoli accademici che tengano. Non studia, avrà cattivi voti, rischia la bocciatura. Alla fine dell’anno quindi i risultati complessivi della classe saranno comunque deludenti e, poiché gli insegnanti sono valutati dalla bravura dei loro allievi, la scuola si rende conto di aver fatto un pessimo investimento e non arrivano i bramati incentivi previsti per gli istituti migliori.
Se dovesse affermarsi concretamente anche nel mondo della  scuola un modello sociale ispirato all’ipercompetitività si creerebbe una pericolosa concorrenza tra pari, che avrà l’effetto di paralizzare qualsiasi rivendicazione sindacale e rendere difficile l’esercizio di quei pochi diritti che ancora rimangono: se so che il mio contratto viene rinnovato di anno in anno mi guarderò bene dal partecipare ad uno sciopero, cercherò di non ammalarmi troppo, dirò sempre di si anche se avrò una gran voglia di dire di no. In poche parole sarò ricattabile e solo, non potendo neppure contare sui miei colleghi, in gara con me per mantenere lo stesso posto di lavoro.
Si avrebbero in questo modo scuole migliori e studenti più preparati? Ovviamente no. Dicono di voler premiere il merito. Mentono sapendo di mentire, nella consapevolezza che le loro bugie troveranno terreno fertile. Vogliono, Ichino e il blocco sociale che in lui si riconosce, non premiare il merito ma mettere a tacere il dissenso, colpendo gli insegnanti e la scuola, il luogo cioè  preposto ad insegnare l’esercizio del pensiero critico.

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