venerdì 6 gennaio 2012

Non un passo indietro sull'articolo 18

L’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori rappresenta per la sinistra italiana la linea del Piave, il punto di non ritorno, il discrimine sul quale costruire un futuro progetto politico e tracciare possibili alleanze.
È  una battaglia tutta politica, persino ideologica e anche di retroguardia. Se difendere senza tentennamenti le conquiste di decenni di lotte durissime della classe lavoratrice significa essere conservatori, e perorare lo smantellamento sistematico dello stato sociale e la causa del libero mercato vuol dire essere progressisti, io non ho nessuna difficoltà a collocarmi fra i reazionari.
L’articolo 18 della Legge 300 del 1970 si inserisce nel titolo secondo, rubricato “Della libertà sindacale”. Vediamo, in estrema sintesi, cosa prevede questa norma. In primo luogo bisogna ricordare che la disposizione in oggetto si applica alle aziende con più di quindici dipendenti. Il giudice, con la sentenza con cui dichiara nullo il licenziamento illegittimamente intimato, ordina la reintegrazione del lavoratore o, se questi lo richieda, un’indennità pari a quindici mensilità, fermo comunque restando il risarcimento del danno.
La legge parla di reintegro e non di riassunzione. La differenza è fondamentale perché col reintegro il lavoratore non perde i diritti acquisiti né l’anzianità di servizio, mentre con la riassunzione sorge un nuovo contratto, con clausole e trattamento economico differenti rispetto a quelli originari.
È necessario precisare che l’articolo 18 opera a tutela dei licenziamenti individuali che si configurino come discriminatori, mentre i licenziamenti collettivi, che si rendano necessari a seguito di riduzione, trasformazione o cessazione di un’attività, sono in gran parte disciplinati dalla normativa di cui alla legge 223 del 1991.
Gli abrogazionisti, tra i quali si collocano numerosi esponenti del Partito Democratico, sostengono che, intervenendo sull’articolo 18, le aziende avranno meno remore ad assumere nuovo personale, con un conseguente vantaggio complessivo in termini occupazionali. Anche ammettendo, con un clamoroso rovesciamento logico, che licenziare sia uno strumento idoneo a creare occupazione, verrebbe da pensare che le piccole e piccolissime imprese, alle quali l’articolo in oggetto non si applica in ogni caso, sarebbero già da ora nella condizione ideale per stipulare nuovi contratti di lavoro subordinato.
La difesa dello Statuto dei lavoratori è ideologica, perché ideologica è l’aggressione che deve fronteggiare. Abrogando l’articolo 18, infatti, non si crea occupazione, si rendono più semplici i licenziamenti discriminatori: a farne le spese saranno i lavoratori più sindacalizzati, quelli politicamente impegnati, chi non condivide l’ orientamento religioso del datore di lavoro…
Il tentativo di smantellare il corpus dei diritti dei lavoratori si colloca quindi in un contesto di sostanziale eversione della costituzione materiale, la quale sin dal suo primo articolo ha compiuto una scelta politica di fondo nel tributare al lavoro un’ importanza fondamentale nell’edificazione di un modello sociale antiautoritario, incentrato essenzialmente sulla partecipazione e sulla solidarietà.

5 commenti:

  1. caro Antonello,
    io non sono d'accordo. Voglio tutti i cittadini uguali di fronte alla legge, comprese le leggi sul lavoro. Abbiamo milioni di persone precarie, altre disoccupate, quindi spogliate di qualsiasi diritto. Ora mi si viene a dire che bisogna difendere i diritti acquisiti di chi quando altri venivano macellati non ha alzato un dito. Troppo presi ad accumulare, troppo presi a fare lavori in nero, troppo presi a prendersi giornate di malattia inesistenti. Questi privilegiati hanno goduto anche del sottile piacere di chi gode nel vedere le disgrazie altrui, la sofferenza altrui....Ora è arrivato il loro turno di passare al mattatorio: a me non me ne frega un cazzo...come a loro non gli è fregato un cazzo di me.
    Voglio che tutti siamo uguali. Anche nella sventura. Forse solo così questi signori che hanno goduto posizioni di privilegio e hanno fatto la vita da piccolo borghesucci di merda, forse capiranno. Devono scontare il loro accumulo piccolo borghese. Devono pagare, anche per le case affittate in nero a studenti....
    Ora è il loro turno...se sopravviveranno, bé, capiranno cos'è il libero mercato....però devono soffrire.
    Naturalmente nel mazzo, voglio anche la possibilità di licenziamento per i dipendenti pubblici....stesse malattie descritte prima.

    Sai quanto godo nel vedere lo spread salire...? Tanto, è un piacere perverso...ma è il piacere di chi, non ha nulla perdere (eccetto le proprie catene direbbe Marx) e quindi sa che a questo giro pagherà chi per anni ha goduto delle disgrazie altrui e di chi alzava il ditino per insegnare le cose del mondo.....

    PS
    Visto che ci siamo speriamo anche nel fallimento di qualche banca....goduria suprema.

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  2. La mia esperienza politica credo che possa essere una testimonianza dell'impegno che ho profuso a favore di tutte le categorie lavorative. Io non sono un lavoratore precario, ma lo sono stato e posso naturalmente comprendere la condizione di chi non sa che destino avrà quando si alza dal letto.
    Io sono marxista e forse è la deformazione ideologica che mi porta a non vedere la contrapposizione tra lavoratori precari e lavoratori che hanno il posto fisso. La contrapposizione è tra chi detiene i mezzi di produzione e chi dispone solamente della propria forza lavoro.
    Antonello Barmina

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  3. Dividi et impera
    il primo commento a questo post potrebbe essere sintetizzato così per la gioia degli ultrà liberisti e portato ad esempio nelle loro assemblee.
    Sono capitato per caso in questo blog e condivido la sintesi dell'autore ma sono rimasto agghiacciato nella lettura del commento.
    Sono un precario (per inciso) ma non mi passa neanche per l'anticamera del cervello di godere se qualcuno perde diritti (diritti non privilegi!!!), perchè questo comporterà un peggioramento anche della mia (e della tua, caro anonimo) posizione.
    Il fatto che qualcuno possa aver fatto la "cresta" sui suoi diritti non vale il cambio con quanti grazie a quell'articolo 18, possono ottenere più dignità, lottando (e che tu ci creda o no, anche per te caro anonimo) all'interno delle loro aziende.
    Un saluto

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  4. Ci sono parecchie "aziende" che assumono 20 persone ed il lavoro di metà di queste è svolto da precari che hanno un decimo dei loro diritti, perché questi 10 non lavorano mai abusando dei loro diritti. Se qualcuno potesse buttarli fuori a calci nel sedere, i dieci precari avrebbero più diritti di prima e dieci "mandroni" eviterebbero di campare a spese del prossimo, i 10 che lavoravano tranquillo che continuerebbero a lavorare e nessuno si sognerebbe di cacciarli. Basta difendere i parassiti e poi lamentarsi che le cose non vanno. Va difeso chi merita difesa, non chi è indifendibile.

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  5. Ho precisato nel corpo del post che l'articolo 18 è una tutela contro il licenziamento discriminatorio. I mandroni, ma mandroni chissà perchè sono sempre gli altri, possono essere sanzionati utilizzando le apposite procedure disciplinari.

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